Bilancio 2012

Conti in equilibrio all’Università di Palermo, che chiude il suo bilancio 2012 con un attivo di 2 milioni e mezzo sul risultato di competenza e riduce ancora il suo disavanzo di amministrazione a 4 milioni e 300 mila (nel 2009 era di circa 28 milioni e 200 mila). Una situazione che fa prevedere al rettore, Roberto Lagalla, di riuscire ad azzerare interamente nel 2013 quei debiti pregressi che negli anni scorsi pesavano come un macigno sull’Ateneo. Questi i risultati che l’amministrazione si accinge a portare al Cda e al Collegio dei revisori dei conti. Mentre il rettore annuncia, da marzo, il question time: una volta alla settimana lui o un suo delegato risponderanno personalmente alle domande che saranno rivolte dagli studenti ma anche dai cittadini.

«Una rigorosa attenzione al bilancio – ha affermato il rettore Roberto Lagalla nel corso di una conferenza stampa che si è tenuto allo Steri giovedì 17 gennaio– che pur a fronte di intuibili ma necessari sacrifici, ha consentito di neutralizzare, almeno fin qui, ma certamente non oltre, le costanti e significative decurtazioni dei trasferimenti ministeriali e di riportare in equilibrio l’annuale rapporto entrate – uscite. Le prospettive in Italia non sono rosee: a fronte del taglio annunciato da 400 milioni al budge, ne sono stati reintegrati soltanto cento».

Il fondo di finanziamento ordinario (Ffo) per l’Università di Palermo che nel 2008 ammontava a oltre 250 milioni, nel 2012 è stato di 215 milioni e 800 mila euro. Nel 2012 le spese per le risorse umane sono state ancora decurtate del 5 per cento, quelle per acquisti di beni e servizi del 9 per cento. Presenti alla conferenza stampa il direttore generale Antonio Valenti, il rettore vicario Vito Ferro, il prorettore al Decentramento Maurizio Carta, il pro rettore all’Edilizia Antonio De Vecchi, il neo-prorettore alla Ricerca Salvatore Fodale, che ha preso il posto di Maurizio Leone, diventato direttore di dipartimento.

Forte di questa stabilità finanziaria, l’Università ha avviato la rivoluzione della governance prevista dal nuovo Statuto che ha dato attuazione alla riforma ministeriale. Una riforma che prevede, tra le altre cose, la nascita di nuovi dipartimenti con competenze di didattica e di ricerca e la progressiva scomparsa delle facoltà. I dipartimenti sono stati riorganizzati radicalmente, passando da 33 a 20 (nel 2008 erano 81). Dal primo gennaio scorso non hanno più autonomia finanziaria: il bilancio è unico e tutte le spese passano dall’amministrazione centrale.

Gli organi di governo, Senato Accademico e Consiglio di amministrazione, saranno nei prossimi mesi rinnovati anch’essi alla luce della riforma, che prevede l’abolizione delle facoltà e, al loro posto, la nascita di cinque “strutture di raccordo” tra i dipartimenti, alle quali resteranno sostanzialmente compiti relativi ai servizi agli studenti.

Di conseguenza nel nuovo Senato accademico non saranno più presenti i presidi, ma professori ordinari, associati e ricercatori eletti all’interno di macroaree scientifiche, otto direttori di dipartimento eletti anch’essi all’interno delle macroaree, un rappresentante eletto tra gli assegnisti di ricerca, tre rappresentanti del personale tecnico-amministrativo, cinque degli studenti di cui uno in rappresentanza dei dottorandi di ricerca e degli specializzandi. Nel Cda, invece, accanto a quattro docenti designati dal Senato accademico, al rappresentante del personale tecnico amministrativo e ai due degli studenti, fanno il loro ingresso due componenti esterni, uno indicato dal Senato, l’altro dal rettore. Prevista entro marzo l’elezione del Senato accademico, entro giugno del Consiglio di amministrazione.

«Entro il 2013 – dice il rettore – saranno definiti i nuovi assetti elettivi degli organi di governo e completata la trasformazione delle attuali facoltà in strutture di raccordo, in numero non superiore a cinque».

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