Il traffico di Palermo segna il passo. Non è solo un riferimento alle velocità commerciali di autovetture ed autobus. È una constatazione che riguarda il merito ed il metodo degli interventi e coinvolge un po’ tutta la politica “effettiva” dei trasporti, quella cioè concreta e fattuale che è al di là e al disopra di quella scritta e di quella “chiacchierata” nelle assemblee, nei convegni e finanche nelle “stanze dei bottoni”.

Alla forte crescita della domanda di mobilità e alle sue modifiche qualitative fanno difficilmente riscontro adeguati programmi di intervento, né per quanto riguarda l’approntamento di infrastrutture, né per la gestione del sistema. Non si riesce ancora ad avvertire, peraltro, che la mobilità si va configurando con caratteristiche diverse rispetto al passato. Non soltanto perché sono andati aumentando i flussi, ma anche perché è cambiata l’intera mappa degli spostamenti.

Il problema del traffico va ormai affrontato ricorrendo ad investimenti di risorse intellettuali e di risorse economiche. E se si vuole pervenire a risultati di una certa consistenza, consistenti dovranno essere gli investimenti. Accanto alla scelta degli investimenti, è opportuno operare su un insieme di opzioni che indichino con chiarezza la volontà di intraprendere una nuova direzione sulla gestione del traffico. In altre parole, sono necessari, da parte delle Autorità comunali, coraggio ed immaginazione, che devono però discendere da competenza e approfondimento, non da incoscienza e sragionevolezza (o faciloneria). L’inerzia è, comunque, la peggiore soluzione, ma neppure misure empiriche ed improvvisate raggiungono risultati utili.

Se la città è vecchia e mal strutturata, se le strade sono strette ed i parcheggi scarseggiano o mancano del tutto, non ci si può attendere miracoli dalle foreste dei divieti o da una rete di sensi unici spinta fino al parossismo. In tali casi, per quanto lapalissiano ed elementare possa apparire, occorrono nuove infrastrutture, impianti in sede propria, sottopassaggi e facilitazioni di parcheggio. Sono ormai poche, e purtroppo Palermo è pervicacemente tra queste, le città prive di un Ufficio Comunale del Traffico, prive di un piano di circolazione, che armonizzi trasporto pubblico e privato nel rispetto delle esigenze dei cittadini, prive, altresì, di strumenti, anche elementari, di controllo e di vigilanza della circolazione.

Sarebbe, intanto, più ragionevole e serio mettere mano, una volta per tutte, ad un programma di interventi che, rendendo più fluida la circolazione, possano far migliorare le prestazioni del trasporto pubblico o, quanto meno, tolgano alibi all’Azienda che gestisce tale servizio.

Cos’è, invece, sotto gli occhi di tutti? La totale assenza di indirizzi politici chiari nel settore dei trasporti urbani, i cui aspetti più macroscopici sono le contraddittorie iniziative riguardo alle corsie riservate, la mancata attuazione del Piano dei Parcheggi, l’inesistenza di un Piano di Circolazione, la scarsa efficienza della vigilanza del traffico in movimento (e non solo di quello in sosta). Si deve riconoscere che una situazione degradata quale è quella di Palermo, non consente in tempi brevi soluzioni globali di sorta e non vi sono da attendersi, purtroppo, miracoli che giungano improvvisi e risolutori. In nome della razionalità tecnica ed economica si può ribadire, d’altra parte, che il miracolo può essere ottenuto, già nell’ambito delle cose umane, attraverso interventi che privilegino l’utilizzazione del mezzo pubblico, favorendone l’efficienza del servizio offerto, che al di là dei pesanti vincoli operativi interni aziendali, che pur esistono, trova nelle condizioni del traffico il maggior ostacolo alla sua ottimizzazione.

È un’ipotesi suggestiva e costituisce una premessa condivisibile in una organica politica dei trasporti, ma essa deve rimanere inquadrata in una visione generale delle prospettive di assetto del sistema globale dei trasporti urbani (i tram, di cui si sta prolungando l’attesa, forse, costituiscono una prospettiva verso una migliore mobilità cittadina, in particolare nelle periferie) e non è certo realizzabile attraverso semplici meccanismi coercitivi, che come sempre, fanno ricadere i maggiori oneri sulle categorie più disagiate di cittadini.

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