Dal posto assegnato, accanto al compagno di banco a cui si confidano gioie e paura, al collega con cui ti ritrovi a lottare per guadagnarti una sedia nell’affollato panorama universitario: è questo lo scenario in cui vengono catapultati i giovani studenti nel loro passaggio dal liceo al grado superiore dell’istruzione.

Un percorso difficile, spesso competitivo, lontano dal focolare dorato e protetto rappresentato dalla classe liceale: lezioni da seguire e spesso sovrapposte, pagine su pagine da leggere, notti insonni e la caffettiera sempre in funzione. Niente più compiti in classe ed interrogazioni programmate ma esami da preparare e interi libri da memorizzare. Una vera e propria rivoluzione, inoltre, quella vissuta dagli universitari nei confronti delle modalità in cui viene valutato l’impegno e il percorso formativo: nessun rapporto paterno da parte dei docenti che, non conoscono pregi e lacune dei propri studenti, avendo a che fare con un numero, spesso eccessivo, di ragazzi.

Il risultato del tanto atteso esame, la maggior parte delle volte, dipende da pochi istanti in cui l’insegnante giudica con un quesito buttato lì a caso un lavoro costato settimane di rinunce e studio matto e disperato. Eppure, che se ne dica bene o male, l’università aiuta a crescere e a rapportarsi con la collettività. La nuova organizzazione dei tempi e degli spazi da dedicare allo studio, infatti, rende il giovane universitario molto più responsabile nei confronti della sua formazione, in quanto ora dipendente direttamente da lui e dalla sua organizzazione. L’esame di maturità, tanto temuto dai liceali, simboleggia l’inizio di un percorso in salita che condurrà il giovane nei meandri della giungla civile: la maturità implica proprio la capacità di superare prove, trovare un’identità e a volte reggere le sconfitte senza disperazione o abbandono.

La vita adulta, si sa, non risparmia certo esami e difficoltà, come possono ben notare i giovani che per la prima volta si presentano ad un colloquio di lavoro e devono fare i conti con porte in faccia e dinieghi. Sono passati ben otto mesi dalla fine del mio percorso universitario. Solo adesso, però, guardando al passato mi rendo conto di quanto i no siano stati fondamentali per la mia evoluzione. Perché sia detti con coscienza e ponderatezza sia con leggerezza e superficialità, i no aiutano a crescere.

2 Risposte

  1. Mario

    Non rimpiango per niente il liceo… hai pienamente ragione l’università ti fa crescere e creai futuri uomini e donne che andranno a popolare la società. Ottima osservazione

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  2. Gabriella

    Mi c’è voluto un intero anno per abituarmi ai nuovi ritmi universitari ma alla fine ce l’ho fatta… e in questo lungo cammino sono cresciuta… però all’inizio è stato un vero trauma

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