Negli ultimi giorni molti quotidiani nazionali si stanno occupando di ranking delle università. L’occasione è nata dalla pubblicazione dei risultati della classifica dell’ARWU (Academic Ranking of World Universities) che da ormai dieci anni mette in rassegna le migliori università al mondo.

Il “verdetto” è stato piuttosto impietoso per le università italiane: nessuno dei nostri atenei è tra i primi 100 al mondo. Come spesso succede in casa nostra, sono esplose le solite polemiche e accuse reciproche, quando invece bisognerebbe fare una riflessione serena e coesa sull’esclusione delle nostre università, tra le più antiche e autorevoli d’Europa, dai ranking di cui tanto si parla ma di cui poco si conosce.

A ben guardare, questa maniera tutta anglosassone di classificare qualsiasi cosa non si può ritenere una scienza esatta e non sempre è in grado di orientare le scelte degli studenti che dovrebbe essere il vero obiettivo per un ranking. È evidente che ci sono differenze tra ateneo e ateneo, differenze che sarebbe fuorviante negare, ma è ancora più evidente l’eccessiva semplificazione di quella complessità che ogni valutazione dell’università comporta. Un numero ordinale non basta per confrontare un ateneo con un altro. Bisognerebbe invece puntare, così come ha suggerito recentemente Andrea Ichino, sulla condivisione di quelle informazioni elementari che riguardano ciascuna università (ad esempio dai risultati per singola materia a quelli per singolo dipartimento).

Spetterà poi ai docenti, genitori, dirigenti, imprenditori, ma sopratutto agli studenti fare le opportune comparazioni e valutare qual è l’università migliore in base alle proprie aspettative, esigenze, vocazioni. Ognuno, infatti, dà un peso diverso e “personalizzato” alle informazioni ricevute. In altre parole occorrono due cose: maggiore trasparenza di chi classifica, e maggiore proattività di chi consulta le classifiche.

I ranking internazionali a cui siamo abituati hanno il difetto di renderci troppo passivi rispetto alle informazioni che riceviamo “dall’alto”. Serve invece la sintesi di un processo di valutazione più dettagliata, così come fatto recentemente dall’Anvur con la valutazione della ricerca (VQR), il cui merito principale è la dichiarazione trasparente dei parametri di valutazione, cosa che molte classifiche internazionali non fanno in maniera chiara e convincente.

Una classificazione delle università non può prescindere infatti da una valutazione trasparente e dettagliata. Mancando questi due aspetti, siamo allora sicuri che l’ARWU rappresenti una classifica delle università così infallibile? È la domanda che si è fatta anche il Ministro Carrozza, tanto che ha dichiarato l’intenzione di costituire un gruppo di esperti ad hoc per elaborare delle proposte che migliorino il sistema di classificazione delle università in base ad un formato più europeo.

Sulle università bisogna ragionare guardando i nostri atenei in prospettiva comunitaria. Credo anche io che sia questa la strada da seguire. E dobbiamo impegnarci al più presto: lo dobbiamo agli sforzi di tanti studenti, ricercatori, docenti che, nonostante un periodo difficilissimo per le nostre università (soprattutto al Sud), riescono comunque a mantenere altissimi standard di qualità e produttività, così come ci ricorda l’ultima VQR dell’Anvur. Quella della competitività dei nostri atenei è una responsabilità che l’Italia ha il dovere di prendersi, a prescindere da come sarà “classificata” da questo o quell’organismo internazionale. Non dobbiamo ricordarcene soltanto quando vengono pubblicati i ranking.

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