È davvero difficile prendere la parola in questo momento di dolore, di fronte a una sciagura come quella appena abbattutasi sull’ennesimo barcone di migranti a largo di Lampedusa. Ogni riflessione in merito non può che partire dall’ordinarietà della morte nelle acque del Mediterraneo e dalla speculare assuefazione che essa ha, più o meno consapevolmente, generato, rotta stavolta dall’enormità del numero di caduti. Il nostro scenario così interconnesso, allora, lungi dall’assomigliare al tanto decantato villaggio globale, in cui ognuno si interessa di ognuno, si rivela arida metropoli posturbana. In cui non ci si riconosce nemmeno fra vicini di casa. Globalizzazione dell’indifferenza, l’ha chiamata, recentemente, papa Francesco.

A questo senso di estraneità (e in alcuni casi di disprezzo) diffuso corrisponde un impegno rinnovato di leader e politici verso l’accoglienza e la fratellanza nei confronti di chi arriva senza niente, affrontando nel viaggio il rischio così alto di morire.

A margine di questa disputa generale sul senso di umanità e su cosa davvero significhi nel profondo essere umani, c’è una questione culturale e riguarda il grande mare di mezzo, il valore da attribuire alla storia millenaria della sua socializzazione e il senso stesso dell’attraversarlo. Lungi dall’essere in grado di fornire una risposta esauriente sul ruolo che il Mediterraneo ha svolto nel rapporto fra i popoli che da sempre lo hanno popolato, si possono riconoscere alcuni cliché.

Nel senso comune, infatti, il Mediterraneo viene visto come un luogo fortemente identitario, depositario di una vera e propria civiltà, portatore di un tollerante e accogliente buonsenso tipico delle società agricole e rivierasche. Questo senso di appartenenza comunitaria appare irrimediabilmente perduto nel presente insieme all’armonia da paradiso terrestre che lo governava, obliato in nome delle arcinote divisioni fra popoli perennemente in conflitto. In questa visione, ogni sforzo politico del presente, secondo molti, andrebbe rivolto alla restaurazione di un tale ideale comunitario mediterraneo perduto. Si capisce quanto quest’idea si fondi su una sorta di nostalgico rimpianto, che puzza di “invenzione della tradizione” nel duplice senso di ritrovamento di una radice comune e di costruzione da zero di un passato mitico concepito a posteriori e, ça va sans dire, a uso e consumo del presente.

Più interessante è, però, riflettere su quali siano i meccanismi e le procedure semiotiche attraverso cui si costruisce e autoalimenta questa invenzione. La mia impressione è che il Mediterraneo possa essere pensato come una frontiera del tutto peculiare, non soltanto, banalmente, perché per il fatto di separare insuperabilmente due mondi, li mette in comunicazione. Ma per il modo in cui lo fa. Nel nostro orizzonte mediatico, questo mare vive, infatti, come “abisso” insormontabile, luogo di smisurata profondità in grado di inghiottire uomini e cose inestricabilmente. La comunicazione fra le due sponde, allora, non si esaurisce nel mero attraversamento di uno spazio neutro ma piuttosto assomiglia a un cedere la parola: il Mediterraneo inghiotte e rigurgita, e in questo processo “interpreta”, traduce, ciò che porta con sé. Quello che esso restituisce si presenta, allora, come “detrito” (cadaveri ma anche tradizioni, cibi ecc.), “frammento” che esibisce i segni del tempo nella levigatura operata delle onde durante un viaggio tanto lungo quanto, in definitiva, imperscrutabile. Il bagliore di questo frammento ci interroga: in esso non riusciamo a specchiarci del tutto e, per suo tramite, nemmeno riusciamo a vedere chiaramente. Ecco perché ci fa sentire la mancanza del puzzle, di un quadro originario e perduto che lo possa posizionare e comprendere. Scatta così la nostalgia di cui si diceva poco sopra: la ricostruzione di un orizzonte passato atavico e rimpianto diventa proposta politica fatta propria da leader più o meno illuminati, con tutti i limiti del caso.

A questa attitudine vintage di una certa politica si può, però, opporre un’alternativa. Essa punta al presente, rifiutando l’estetica del detrito/riflusso appena descritta, per progettare invece nuove relazioni, nuove opportunità di connessione. Ciò che si vuole provare dire è che se si supera l’idea del paradiso perduto da ripristinare intatto e intoccabile, la relazione fra le due sponde del Mediterraneo si presenta per quello che può essere, opportunità tutta da costruire, da progettare, assumendosene, latourianamente, la responsabilità. Progettare sta per fare cose insieme, rilanciare iniziative che portino le persone normali ad attraversare il mare in sicurezza per lavoro o per svago, offrire dei motivi e dei vantaggi ai cittadini per commerciare, vendere, comprare, investire, muoversi in un quadro legale che ne tuteli mobilità e sicurezza. Pensare al Mediterraneo come qualcosa di nuovo, in cui si possano fare nuove attività che generino valore nella vita quotidiana in maniera diffusa: social network (vedi il ruolo che essi hanno avuto nelle rivoluzioni arabe), design (ci sono esempi straordinari di design mediterraneo, monitorati peraltro da una bella rivista Pad Journal), branding (il sapone di Aleppo!) ma anche nuove pratiche di mobilità, di pesca, di enogastronomia e quant’altro. Ce ne sarebbero tanti di motivi per rilanciare il “ripopolamento” del Mediterraneo e dei territori che su di esso si affacciano.

Una prospettiva di questo genere non può che passare per un abbassamento del regime dei bastioni di Schengen: perché tutto ciò possa avvenire le persone devono essere libere di muoversi. Ripensare un’Europa aperta ai suoi vicini è un vantaggio anche per la vecchia Unione in crisi: ogni apertura costituisce un’opportunità di espansione e di novità, cosa di cui si sente la necessità innanzitutto guardando il mare dalla nostra sponda.

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