Ultimi giorni prima degli esami, i giorni più faticosi in cui la mente non ce la fa più ad assimilare nuove nozioni. Solita routine: sveglia, caffè, colazione, prepararsi e andare. Arrivare in facoltà, rigorosamente dopo aver perso almeno tre quarti d’ora ad aspettare l’autobus, poi latino e italiano.

Arrivi al punto in cui pensi di vedere le cose che stai studiando ovunque. Vedi perifrastica passiva e cum narrativo ovunque, poi vedi Dante, Tasso, Petrarca e Boccaccio nei volti dei tuoi amici e dei tuoi parenti. A un certo punto, dopo due ore di studio, pensi che magari converrebbe andare in bagno per staccare la mente per pochi minuti. E lì, sulla porta del water leggi: «Cacca fresca aulentissima ch’appari inverno e estate, io vater ti disio (scopino e risciacquate) fammela dentro è un obbligo, se no è incivilitate. Per te no gio abento notte e dia penzando pur di voi, cacata mia!».

Questa la so, è facile! È il contrasto di Cielo D’Alcamo! Poi, però, guardando bene mi accorgo che c’è qualcosa di strano, non ci sono né strofe, né rime.
A questo punto, la critica nei confronti dell’inciviltà di noi studenti che frequentiamo le facoltà è palese, ma non manca neppure la risposta da parte della studentessa o chi per lei: «Visti tutti i soldi che vi diamo per le tasse, potreste almeno mettere il sapone e la carta igienica».

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