Ogni qual volta individuavo la prossima materia da affrontare accadeva sempre la stessa storia. Mettevo sulla scrivania i libri su cui avrei concentrato tutte le mie forze intellettive e un foglio su cui riportare la programmazione per lo studio, fino alla vigilia dell’esame.

Applicando la divisione matematica, quantificavo le pagine che avrei dovuto studiare, giorno dopo giorno: nei feriali naturalmente prevedevo di leggere più capitoli, nei festivi assai meno, perché dovevo pur concedere qualche ora al relax, no? Soprattutto la domenica, in occasione delle partite di calcio.

Una volta terminato il programma, guardandomi allo specchio, mi promettevo ad alta voce: «Seguilo e ti preparerai al meglio senza il solito stress…».

Le ultime parole famose. Non sono mai riuscito a rispettare un piano, vuoi per un motivo, vuoi per un altro. Soprattutto per lagnusìa (pigrizia, per chi ci legge da fuori Palermo), perché più lontano è il giorno dell’esame, meno voglia si ha di studiare e non vale a nulla il principio AZ applicato all’esistenza quotidiana: «Prevenire è meglio che curare».

Ogni qual volta saltavo un giorno, spinto dai rimorsi di coscienza, incrementavo il numero delle pagine da studiare, cercando di recuperare. Ma niente di niente. Alla lunga, tutti gli esami che ho affrontato sono stati preparati davvero nell’ultima settimana prima dell’appello. Addirittura, lo confesso, c’è stata persino una materia su cui mi sono concentrato nei tre giorni antecedenti alla prova orale, addormentandomi la domenica alle due di notte e svegliandomi alle cinque. Era filosofia politica. Presi un bel “26” ma qualche ora dopo, a causa del cervello sovraccaricato, dimenticai gran parte delle nozioni assimilate come una spugna…

E sono certo che quanto raccontato sarà successo e succede alla stragrande maggioranza degli universitari, non è così?

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