Mal gestiti i fondi destinati agli studenti meritevoli: così la Corte dei Conti boccia l’operato del Miur e del Ministero per l’Economia sui soldi per gli universitari. Il fondo da 20 milioni, istituito nel 2010 dalla riforma Gelmini, non sarebbe stato utilizzato per agevolare i ragazzi, bensì per pagare gli scatti d’anzianità ai docenti e altre spese di pura amministrazione. Non un euro, dunque, sarebbe finito nelle tasche degli studenti.

Eppure la strada dell’investimento era partita con ottime intenzioni. Si trattava di risorse statali dirette a «promuovere l’eccellenza e il merito fra gli studenti dei corsi di laurea e laurea magistrale» tramite «premi di studio, buoni studio da restituire al termine del percorso universitario e a garantire finanziamenti».

L’obiettivo posto alla base dell’istituzione del fondo era quello di colmare la mancanza italiana di un sistema di prestiti universitari e avvicinare agli standard europei il nostro modello di sostegno al diritto allo studio. Un modo per dare opportunità anche agli studenti meritevoli meno abbienti. Ma le buone intenzioni da sole non bastano e così in tre anni non si è arrivati da nessuna parte.

L’indagine della Corte dei Conti evidenzia che troppo spesso «all’incertezza del quadro normativo si aggiunge le riserva che riguarda le risorse finanziarie disponibili, convogliate verso un programma o un altro, senza un piano sistematico e organizzato di sostegno e attuazione del diritto allo studio». Un’accusa in piena regola, rivolta agli ultimi due o tre esecutivi e conseguenti legislature.

Insomma, il giudizio su come (e se) si spende in Italia per il sostegno agli universitari dalla carriera lodevole ma privi di mezzi assume contorni sempre più netti e duri.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Ricevi un'e-mail se ci sono nuovi commenti o iscriviti.