Un’ulteriore conferma circa la validità del Visceral Adiposity Index, l’indice messo al punto nel 2010 dal gruppo di ricerca di Endocrinologia diretto dalla prof. Carla Giordano, nell’individuare i pazienti che presentano un’alterata funzione del loro tessuto adiposo, arriva da una recente pubblicazione sulla prestigiosa rivista Plos One.

Lo studio che porta il titolo “Visceral Adiposity Index (VAI) is predictive of an altered adipokine profile in patients with type 2 Diabetes”, dimostra che fra tutti i comuni indici antropometrici utilizzati (BMI, circonferenza, vita, rapporto vita fianchi etc etc), il VAI è l’unico che presenta una forte correlazione con un pannello completo di citochine prodotte dal tessuto adiposo, espressione di alterata funzione dello stesso.

Applicando il VAI, spiega la professoressa Giordano, oggi è possibile poter differenziare facilmente l’obesità “metabolicamente sana” da quella a rischio cardiometabolico, così come è possibile individuare il rischio cardiometabolico nei soggetti considerati normopeso.

Questo studio, che si va ad aggiungere ai circa 40 lavori della letteratura internazionale che fino ad oggi hanno testato il VAI, rappresenta una sorta di prova inconfutabile circa la capacità di questo indice (basato su semplici parametri quali peso, altezza, circonferenza vita, trigliceridemia e HDL colesterolo) di rappresentare una “disfunzione del tessuto adiposo”. Per una corretta applicazione del VAI bisogna comunque conoscere bene i limiti applicativi dell’indice stesso già descritti in una lettera alla rivista NMCD ed in una recente review in corso di pubblicazione.

Nello studio pubblicato su Plos One il VAI ha mostrato nei soggetti diabetici di tipo 2 senza Sindrome Metabolica una correlazione fortissima con una serie di adipocitochine non facilmente dosabili nei comuni laboratori di analisi, ma la quale alterata produzione è indicativa di una disfunzione adiposa: visfatina, resistina, adiponectina, leptina, IL-6, IL-18, HGF, ghrelina e VEGF. Lo studio ci suggerisce che il VAI rappresenta oggi un facile strumento per indagare il rischio cardiometabolico associato alla disfunzione adiposa, in assenza di una sindrome metabolica conclamata.

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