Il binomio donne-studi matematici è davvero così impossibile come può sembrare a primo acchito? Guardandosi intorno, sondando il terreno accademico, alcune verità balzano immediatamente alla luce.

Le ragazze – da sempre – si iscrivono in numeri inferiori ai colleghi uomini ad alcune facoltà – un esempio appropriato è quello del corso di studi in Ingegneria – e, in numeri ancora più bassi, vanno a lavorare in quei campi. Alcune, addirittura, cambiano destinazione dopo aver portato a termine un percorso di studi scientifico-matematico.

Potremmo azzardare che la scarsa presenza di donne in corsi di un certo indirizzo, riscontrabile anche a livello nazionale ed europeo, sia il risultato di stereotipi sociali molto diffusi. Ciò è spesso dovuto alla persistenza di pregiudizi che vedono il gentil sesso più portato a professioni nel settore umanistico o di assistenza alla persona.

Eppure secondo le stime di Banca d’Italia – contenute nel rapporto Le Donne e l’Economia Italiana – se il tasso di occupazione femminile si allineasse all’obiettivo di Lisbona, cioè il 60 per cento, il Pil aumenterebbe del 7 per cento. Numeri che aprono gli occhi e che fanno riflettere.

Cosa si può fare allora per stravolgere la situazione e incoraggiare le giovani donne a intraprendere gli studi delle materie STEM (science, technology, engineering, math) – che garantirebbe loro un’opportunità di ingresso maggiore nel sempre più intricato mondo del lavoro – e, successivamente, verso le carriere in quei settori?

Innanzitutto – ovvio ma non per questo di minore importanza – occorrerebbe promuovere progetti specifici in “rosa” per ridurre il tasso di abbandono femminile di tali corsi, istituire borse di studio ad hoc, facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro delle studentesse dell’ultimo anno e, step importantissimo, sensibilizzare il mondo accademico sul tema delle pari opportunità.

E voi che ne pensate?

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