Scorreva il 2011 (eh sì, è stata una scelta lunga e ponderata), quando casualmente vidi un film francese, “L’Appartamento Spagnolo”. Questa pellicola raccontava di un ragazzo che, per avere più opportunità di lavoro nel campo bancario, decide di partecipare al progetto Erasmus della sua università e quindi di partire per andare in Spagna, Barcellona. Qua il giovane si scontra con le problematiche del mondo Erasmus (lingue, casa e amici) e vive a pieno questa sua esperienza.

Bene, questo film mi ha stregato (esiste un seguito, ma “fottesega” non c’entra nulla con l’Erasmus), perché mostrava lo scontro di culture diverse, la convivenza e sopportazione di un gruppo di ragazzi tutti di nazionalità diversa.

Ed è proprio quello che, dal momento che sono arrivato ai titoli di coda, ho desiderato vivere.

La mia scuola – ai tempi frequentavo il quinto anno dell’industriale – non permetteva scambi all’estero, quindi dovevo per forza di cose attendere l’università e il tanto agognato progetto Erasmus.

Quando entrai all’università, era necessario attendere il secondo anno di laurea per parteciparvi, ora a quanto pare con l’Erasmus+ (stessa solfa solo più complicata) è possibile partecipare fin dal primo anno.

Arrivato, dunque, al mio secondo anno di università e pronto più che mai ad affrontare questa esperienza, a marzo escono i bandi.

Bandi complessi e privi di significato, in quanto sembravano documenti gettati alla rinfusa giusto per rientrare nei tempi, infatti erano abbastanza sconclusionati. Perso più che mai riponevo le mie esperienze di capirci qualcosa, nell’Erasmus Day organizzato dalla mia facoltà.

L’Erasmus Day fu una giornata in cui riuscì a ricavare moltissime informazioni, come ad esempio:

  1. Criteri di ammissibilità, ovvero bisognava appartenere ad uno dei cicli di laurea (giustamente);
  2. I criteri di giudizio, quest’anno veniva aboliti i certificati (il mio B1 di inglese sta ancora piangendo) e tutto ruotava intorno alla media (primo attimo di terrore) e al TAL, ovvero un Test di Attitudine Linguistica;
  3. La mensilità (cioè le borse di studio) sarebbe state decise a luglio (ai tempi era aprile, ora siamo a fine giugno e fidatevi, ancora non si sa nulla);
  4. Domanda online (Dio grazie);
  5. Lista delle mete (e qui il mio cuoricino si spezzò).

Dovete sapere (in realtà chiunque mi conosca lo sa bene), che sono un UK addicted. La mia meta da sogno era Londra o comunque giù di lì, ma purtroppo (o fortunatamente visti i prezzi alti e la poca collaborazione finanziaria dell’università?) non vi era alcuna meta inglese disponibile per il mio indirizzo di studi. Qui ho iniziato a vacillare, ma dopo alcuni suggerimenti e parole di conforto, decisi che avrei provato a cercare qualche altra facoltà che facesse corsi in inglese (o comunque la lingua da conoscere era l’inglese), questo escludeva ovviamente possibili Francia, Spagna e Germania (mi dispiace, ma non so nessuna di queste lingue!), ma mi ha aperto la strada verso Polonia e Repubblica Ceca. Ora dovevo scegliere soltanto una delle due. Non erano british style, ma potevo sopravvivere. Perdere un’occasione del genere solo per un capriccio infantile sarebbe stato imperdonabile, dopotutto Londra e la Regina sarebbe rimaste sempre lì e poi le avevo già visitate, perché non cambiare?

Durante l’Erasmus Day ci sono state date pure la relativa scadenza delle domande di partecipazione al progetto: 22 aprile. E noi eravamo già al 9 aprile. Pazzi.

Penso di essermi abbondantemente prolungato, la storia non finisce qui (purtroppo per voi). Spero di non avervi annoiati con questi racconti noiosi, ma è doveroso farli.

A presto…

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