I viaggi della speranza, le traversate in mare, le scelte dolorose di chi è costretto a fuggire dal proprio Paese d’origine. Soli. Una scelta che diventa ancora più complicato quando si è bambini, in un mondo fatto di sogni ad occhi aperti. Un viaggio di uomini e donne che – quando riescono a raggiungere la meta – diventa ancora più difficile perché deve confrontarsi con lingue, culture e modi di vivere totalmente nuovi.

Sono oltre diecimila i minori giunti nel nostro Paese nell’ultimo anno. Adolescenti non sempre scolarizzati costretti a diventare adulti troppo presto. Un’isola felice che per la maggior parte di loro non c’è. Ma che per molti, invece, trova un’ancora e un appoggio concreto, anche all’interno dell’Ateneo palermitano. Questo essenzialmente il leitmotiv de L’isola che (non) c’è, l’evento inserito ne Le Vie dei Tesori che ha preso piede ieri, davanti ad un ampio pubblico, all’interno della Real Fonderia, alla Cala.

L’iniziativa è stata organizzata al culmine di un lavoro lungo due anni, al cui centro si pone essenzialmente un progetto di inclusione linguistica per i minori nel segno dell’interculturalità. A coronamento di ciò, una performance multimediale lunga venti minuti ha provato a narrare questi drammatici viaggi, prima di giungere nel capoluogo siciliano ed entrare a contatto con la Scuola di Lingua italiana per Stranieri dell’Università di Palermo, guidata da Mari D’Agostino, in comunione con l’Ufficio Nomadi ed Immigrati del Comune di Palermo e con una ventina di comunità alloggio. Un racconto che passa anche attraverso le foto di Antonio Gervasi. A prendere inaspettatamente parte alla manifestazione anche l’assessore alle Attività sociali, Agnese Ciulla.

Ho provato a raccontare alcuni estratti della giornata di ieri e del video Butterfly trip, diretto dal narratore e regista iracheno Yousif Latif Jaralla:

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