Essere ricercatore nelle università italiane è, purtroppo, una scommessa sul proprio futuro a lungo termine. Perché nel momento non dà alcuna possibilità di smuoversi dalla condizione del precariato.

L’Associazione Precari della Ricerca Italiana, infatti, ha diffuso dei dati che sottolineano come in Italia solo un ricercatore su cento ce la fa, mentre gli altri 99 devono o rassegnarsi all’idea di una condizione professionale instabile o preparare le valigie e trasferirsi all’estero.

In pratica, nel nostro Paese, ci sono 2450 ricercatori a tempo determinato di tipo A, ovvero con un contratto con durata triennale, che si può rinnovare solo per altri due. Poi ci sono 15.237 assegnasti di ricerca di vario tipo, cioè ricercatori che si prodigano da soli per trovare dei fondi per il proprio lavoro e svolgono le proprie attività come borsisti. Anche per loro nessuna speranza di stabilizzazione.

Mentre, sono soltanto 224 i ricercatori a tempo determinato di tipo B, il cui contratto dura tre anni ma che, alla scadenz, possono essere promossi a professori associati in caso di conseguimento dell’Abilitazione Scientifica Nazionale.

Alla luce di ciò, l’attuale governo, tramite la legge stabilità, ha pensato di estendere il vincolo che obbliga l’università a creare un posto di lavoro da ricercatore non solo di tipo B (come voluto dall’ex ministro Profumo) ma anche di tipo A.

Però, come ha commentato su “La Stampa” Luigi Maiorano, presidente dell’Apri, «nessun ateneo avrà interesse ad assumere ricercatori di tipo B che costano di più e creano problemi in fatto di organico . È inutile, quindi, che anche questo governo annunci di poter risolvere il problema dei precari. L’esito delle decisioni prese dal governo è facilmente prevedibile: avremo più promozioni di associati ad ordinari e più precariato».

La statistica, dunque, è impietosa. E il futuro dei ricercatori precari italiani è sempre più incerto e orientato alla fuga all’Estero.

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