«I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel».

Parola di Umberto Eco, il celebre semiologo, filosofo e scrittore, ricevendo la laurea honoris causa in Comunicazione e Culture dei Media all’Università di Torino.

Ora non stupisce la dichiarazione di un “dinosauro” della cultura italiana, per cui il web è il demone così come lo era la televisione per gli intellettuali della metà del secolo scorso, sconfessati nel giro di pochi anni, perché, se non fosse stato per la “scatola”, gli italiani non parlerebbero oggi la stessa lingua.

Ma stupisce l’uso ipocrita che si è fatto dell’affermazione di Umberto Eco sugli stessi social media, in primis su Facebook.

In poche parole, Eco ha calpestato lo strumento che ha rivoluzionato la comunicazione in uno strumento già rivoluzionario di per sé che è il web.

Prima dell’avvento dell’uso di massa di internet, infatti, il tanto citato articolo 21 della Costituzione Italiana, soprattutto nell’ambito dei media, era proprio di pochi eletti: i letterati, i politici e i giornalisti. Ai comuni mortali era data la possibilità di dire la propria negli spazi concessi e filtrati da chi deteneva le chiavi della manifestazione del pensiero.

Con il web, però, tutto è cambiato: ognuno è libero di dire pubblicamente la propria, prima grazie all’apporto dei blog, ora grazie all’avvento dei social media, prendendosi naturalmente le responsabilità conseguenti, anche penali, nonché quelle di essere “smontati” tramite i commenti altrui.

In poche parole, a Umberto Eco non piace lo strumento di comunicazione più democratico mai esistito, definendo “imbecilli” tutti coloro che non si possono né vogliono dire “intellettuali”.

L’intellettuale, si sa, fa parte di una cerchia ristretta: in forza dello studio, del confronto con gli altri intellettuali e, perché no, della possibilità economica di non dovere alzare mura per potere campare, si erge come portatore della verità assoluta, issandosi su un piedistallo e distanziandosi dalla realtà come un “deus ex machina”.

L’intellettuale, insomma, è oligarca per natura e prova disprezzo nei confronti della massa “imbecille”. Ecco perché a Eco dà fastido il web, in quanto dietro ad ogni status o tweet c’è il “qualunque” che si prende la briga di commentare la realtà che lo circonda, magari con la propria  testa, senza il filtro degli “intellettuali”.

L’autore de Il Nome della Rosa, per di più, palesa la sua arroganza parlando di “stesso diritto di parola dei Premi Nobel“, come se ad una parte del mondo, a causa di una mancanza di “risorse culturali”, dovesse essere proibito di comunicare con gli altri alla stregua di un intellettuale che conosce a memoria il contenuto delle catilinarie di Cicerone o quanti e quali siano i trattati pervenuti a noi di Aristotele.

L’assurdità, inoltre, sta nella difesa delle parole di Umberto Eco sullo strumento che, se potesse, annienterebbe: Facebook.

E, purtroppo, ho letto messaggi solidali persino da giornalisti – colleghi del web che, se non fosse per internet e per i lettori che commentano attivamente, non avrebbero di che vivere, sputando così sul piatto in cui mangiano.

Piaccia o non piaccia, internet è libertà (con tutti i suoi pregi e difetti) e le affermazioni oligarchiche e arroganti di Eco vanno in contrasto con la laurea honoris causa in Comunicazione che ha ricevuto: ad un esame sui nuovi media uno come lui non meriterebbe neanche il 18.

2 Risposte

  1. Clorinda Bonfardino

    Ritengo più grave l’azione da “pecore” di coloro che hanno condiviso le sue parole.

    Molti dei quali, appunto, con il web ci mangiano. Viva la coerenza di questi soggetti.

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