Il ministro Giuliano Poletti ha detto la scorsa settimana ai giovani di evitare di accanirsi negli studi, perdendo molti anni della propria vita, e cercare piuttosto di sbrigarsi anche se ciò può voler dire sacrificare il voto.

L’ho visto attaccato da molti, io invece penso che abbia ragione.

Probabilmente lo penso perché mi sono laureato con un voto non particolarmente alto ma in realtà mi sono semplicemente messo dalla parte di un imprenditore che dovesse assumere una persona.

Diamo per scontato che un 110 e lode sia una persona estremamente preparata, ma ciò è sufficiente? Assolutamente no. Erudito non significa intelligente.

Se io fossi un imprenditore, valuterei sì il voto di laurea, ma ancora più delle competenze tecniche, valuterei altri criteri:

  • Capacità di adattamento ai cambiamenti repentini, aziendali e tecnologici;
  • Creatività, motivazione e capacità di leadership.

Se voglio capitanare un vascello che domini i mari, il mio equipaggio deve essere composto da supereroi. Supereroi che devono sapere cosa fare e non essere delle macchine tecniche e basta, bensì degli esseri pensanti e propositivi, scaltri e che credano nell’azienda. Comunicatori e sicuri di sé. Altrimenti sono perfettamente sostituibili da macchine.

Se un 110 e lode mi garantisce tutto questo bene, altrimenti, sceglierò senza nessun problema uno scarso 93/110, esattamente uguale a me.

8 Risposte

  1. Spillo

    Salve. Trovo interessante e anche un po’ grottesca tutta questa risonanza data alla esternazione del ministro Poletti, perché ritengo che non è soltanto il voto di laurea a fare la preparazione di un candidato a ricoprire il ruolo per il quale concorre, ma altri fattori, ben citati nell’articolo.
    Non si cita, ad esempio, il tempo necessario al conseguimento della laurea, se durante il quale sono state fatte esperienze lavorative attinenti o se invece il candidato per pagarsi gli studi ha dovuto fare il cameriere o la cubista (senza nulla togliere all’una o altra categoria…) o qualunque altro lavoro “in nero” che fatica a citare in un CV, magari alla prima speranza di assunzione a tempo determinato…
    E’ vero il mondo del lavoro va riordinato, ma per favore cancelliamo dalle vetrine dei negozi frasi del tipo “CERCASI APPRENDISTA CON ESPERIENZA!”.
    Un saluto.

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  2. Drake

    Sono d’accordo solo in parte. Anzi, mi trovo più in disaccordo che in accordo con l’articolo.
    A mio parere un’affermazione del genere, senza le dovute note a margine, rischia di far passare il messaggio contrario, ossia: “il voto non ha importanza, quindi studiamo per il 18 e via… tanto l’importante è finire in tempo”. No. Perchè per lo stesso principio, allora ci si compra una laurea appena finito il liceo e ci si immette nel mondo del lavoro a 19 anni. Hai voglia di essere competitivo a quell’età.
    Io credo che chi affronta l’università lo faccia con cognizione di causa, e lo faccia per acquisire competenze preliminari ma essenziali per l’ingresso nel mondo del lavoro. Posto che ogni indirizzo ha una storia a se, in generale non si può ridurre il tutto a requisiti di carattere extra-universitario, come la capacità di adattamento, la creatività e l’immaginazione. Si, sono cose importanti, ma per le quali non serve studiare. D’altro canto è anche vero che in sede lavorativa è altrettanto importante saper effettuare analisi critiche, sapersi approcciare a problemi di natura tecnica, etc.. cose per le quali è richiesto lo studio e, quindi, l’università.
    Per quanto mi riguarda, la frase più corretta sarebbe stata: “non badate troppo al voto, ma non abbiate neanche troppa fretta di finire”, perchè comunque, a prescindere da tutto, ogni persona ha capacità di apprendimento differenti.. se io, ad esempio, per studiare una materia e per sapere di cosa parla (quindi non tanto per il voto) ci metto 3 mesi (chiaramente poi il tutto varia in funzione del carico di materiale da studiare) è molto probabile che mi laureo a primo o secondo anno fuori corso. Ergo devo essere penalizzato? Oppure mi devo vedere costretto a studiare ad muzzum senza capire niente pur di finire in tempo?
    Per non parlare poi di quei corsi di laurea dove sulla carta c’è scritto 180 crediti, e in pratica devi studiare come se ne avessi 280, perchè molti prof ti sovraccaricano di materiale fino all’inverosimile. Che fai? Pur essendo un genio assoluto, finisci per laurearti fuori corso (posto che tu ci tenga a studiare quel che ti viene richiesto). Naturalmente deve filarti tutto liscio e non deve succedere nulla che ti impedisca magari per un mese o due di frequentare o dare esami.

    Aggiungo infine che, per esperienza personale, nella buona e nella cattiva sorte l’università ti forma, soprattutto psicologicamente. Ti abitua alle batoste, ti abitua a cadere, a rialzarti e ti insegna quanto può esser penalizzante un errore. Ci sono cose che non puoi “sperimentare” già nel mondo del lavoro perchè a seconda del tipo di lavoro che andrai a fare, dal tuo progetto o dal tuo intervento dipenderanno delle vite umane. Una persona che esce a 23, o 24, o 26 anni dall’università si ritrova ad affrontare il mondo del lavoro non solo con una buona preparazione, ma anche con una dose di maturità sicuramente maggiore che a 21 anni (a parte rarissimi casi).

    Per come la vedo io, soprattutto oggi, il mondo del lavoro non ha bisogno di gente giovane, ma di gente competente. L’età dovrebbe essere solo una condizione al contorno.

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  3. Fabrizio Mondo

    Il commento di Drake è puntuale ed importante.

    Quello che voglio esprimere nell’articolo è che occorre allenare competenze trasversali allo stesso modo in cui si acquisiscono competenze tecniche.

    Credo che sia importante imparare qualcosa e non accanirsi sul volerlo dimostrare ad un esame.

    Se pensi di conoscere un argomento, ma per un motivo qualsiasi non riesci ad esprimerlo ad un esame, ciò non dovrebbe frenare il tuo percorso.

    Probabilmente il mio discorso nasce avendo visto con i miei occhi che la docimologia del corpo docente è tutt’altro che scontata e sviluppata.

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  4. Roberto

    Io direi che c’è un interpretazione che può aver senso ed è la seguente, fare del proprio meglio per avere il voto più alto possibile, ma cercare comunque di rispettare i tempi per laurearsi, perchè un 30 e lode fatto con 6 mesi di studio è comunque un 30 e lode un po’ artificiale, io credo che conti anche mettersi alla prova e vedere come si riescono a gestire le scadenze. Se devo assumere, secondo me è meglio un laureato in tre anni in 5 con 98 che un laureato che ha avuto bisogno del doppio per avere 110 e lode. perchè il ragazzo che ha preso 98 ha preso quel 98 gestendo le scadenze, le incombenze, dovendo usare il cervello per scegliere come preparare, quando preparare, se sacrificare le feste, quale materia preparare di più e quale materia preparare con il tempo a disposizione, e così via via.

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  5. Roberto

    Però sono d’accordo con Drake che forse se si gestissero meglio il carico di lavoro, i prof non obbligherebbero a dover scegliere tra tempo o risultati, così drasticamente. Ci vorrebbe più contatto per i prof, non dovrebbero pensare solo a come vorrebbero fare la materia loro, ma come la dovrebbero fare in merito agli altri.

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  6. Drake

    Fabrizio, naturalmente son d’accordo. Sono due sfaccettature che vanno senz’altro curate.

    In fondo credo che il messaggio del ministro fosse proprio questo: “studiare anzitutto, ma non avere troppo a cuore il voto”, anche perchè chi è o è già stato studente universitario, sa benissimo che il voto non rispecchia quasi mai la preparazione: puoi capitare il prof con la luna storta, puoi capitare la domanda che non rientrava nel programma, puoi anche essere tu stesso non al top della forma perchè magari è da 6 mesi che studi come un pazzo per quella materia e all’esame c’arrivi morto. In questi casi si.. è inutile perdere tempo se sai già che è una partita persa. Ci si prende a malincuore un voto e via.
    In questo caso la priorità deve essere il tempo… ma non deve esserlo sempre e comunque, altrimenti si inficia la preparazione, che secondo me deve essere l’unico vero obiettivo di uno studente.

    A Roberto vorrei solo dire che, chiunque di noi abbia ragione, alla fine chi esce dalla nostra università, con quelle che sono le nuove direttive, potrebbe trovarsi comunque penalizzato, visto che conta anche l’ateneo di appartenenza e non solo il voto o la durata della carriera.

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  7. roberta

    Io credo che quello che doveva sottolineare ilministro e’ che l’universita italiana non prepara al mondo del lavoro… ma non parlo di competenze tecniche, bensi’ non fornisce un quadro di quello che e’ effettivamente il mondo del lavoro.
    Pochi contatti con le aziende, pochi o nessun case study, nessun incontro con manager di successo, con realta’ del territorio, con societa’ di consulenza…
    Insomma il problema e’ che se ti laurei presto, perche’ magari ti accontenti di un 24 e vai spedito, hai anche piu’ tempo per apprendere con i tuoi occhi la realta’ che ti circonda , visto che l universita’ non te lo mostra.
    La mia raccomandazione e’ entrare il prima possibile nel mondo del lavoro e capire cosa questo offre e cosa si e’ portati a fare. Quando ci si presenta ad un colloquio di lavoro si deve avere cognizione di se, delle proprie possibilita’ ma soprattutto della realta’ aziendale per cui ci si e’ candidate. Solo cosi si avra successo!!!

    Ed io ho avuto successo,
    una ex studente palermitana!!

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  8. Vincenzo

    Il problema è che in certe facoltà di unipa diventa problematico anche lo scarso 93…

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