La notte prima dell’esame era davvero lunga, perché era quella del ripassone.

La missione era quella di ripetere, fino allo sfinimento, tutto ciò che avrei dovuto sapere per riempire un altro spazio del libretto universitario (18 o 30 non aveva alcuna importanza, seguendo già una decina di anni fa la “filosofia” del ministro Poletti).

E la mia mente era così assuefatta dalla ‘spremuta di memoria‘ che, una volta spente le luci, immaginava perfino l’esame, con tanto di domande del professore, risposte, voto e paresi facciale per la contentezza.

Il sonno vero, quindi, durava una manciata di ore, non solo perché era davvero difficile abbandonarsi al meritato riposo, a causa dell’iperattività del pensiero, ma anche e soprattutto perché la svegliava suonava alle prime luci del mattino. Il motivo? Un altro ripasso, stavolta dedicato ai punti deboli scoperti il giorno prima.

Dopo questo tour de force, però, m’imponevo che, oltrepassata la soglia di casa in direzione Collegio San Rocco (sì, frequentavo Scienze Politiche), non avrei per nessuna ragione al mondo toccato libro, perché quello che era stato fatto, era stato fatto.

Ecco perché non tolleravo quella categoria di colleghi che ripassava anche in aula per una ragione semplicissima: avrei potuto sentire qualcosa che non sapevo, gettandomi nell’ansia e generando paranoie del tipo: «Vuoi vedere che il professore mi chiederà proprio quello, farò scena muta e arrivederci alla prossima?».

Di conseguenza, sceglievo sempre posizioni defilate e fingevo a volte di riconoscere gli amici, nascondendomi letteralmente dietro alle pagine di un libro (pur non leggendo alcunché).

L’ultimo posto, poi, era anche strategico per non assistere agli esami altrui, sempre per lo stesso motivo: detestavo l’eventualità di scovare dei deficit di conoscenza.

Attendevo “semplicemente” che qualcuno, laggiù, chiamasse il mio nome e chi s’è visto, s’è visto…

E voi?

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