Khadgia Shabbi, cittadina libica di 45 anni, ricercatrice universitaria dottoranda in Economia a Unipa, è stata fermata dalla polizia, su ordine del Gip Fernando Sestito, per istigazione a commettere reati di terrorismo.

Come si apprende dall’Ansa, «la donna era in contatto con diversi foreign fighters e faceva propaganda per Al Qaeda sul web. La donna vive a Palermo da tre anni e riceve un assegno di duemila euro al mese dall’ambasciata libica».

Inoltre, come si legge su Corriere.it, non è stata applicata alla donna la custodia cautelare in carcere, come chiesto dalla Procura, ma l’obbligo di dimora a Palermo senza imporre all’indagata alcun divieto di comunicazione con l’esterno.

L’indagine è coordinata dal Procuratore Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Leonardo Agueci e dal pm Gery Ferrari.

1 risposta

  1. rita

    Oggetto: emergenza terrorismo e piano sicurezza di Roma e delle grandi città europee.

    Emergenza terrorismo e dotazioni delle forze di polizia
    L’emergenza terrorismo islamico sta mettendo a dura prova il comparto sicurezza nelle grandi aree metropolitane europee e in special modo su Roma dove le celebrazioni per l’Anno Santo stanno richiamando un numero elevatissimo di pellegrini e turisti. La necessità di controllare un numero enorme di obiettivi potenzialmente a rischio implica un grande dispiegamento di uomini e mezzi che in questa fase storica di ridottissime risorse economiche e di tagli già avvenuti nelle risorse destinate alla sicurezza, sta evidenziando delle notevoli criticità. Secondo i media e i Sindacati di Polizia le dotazioni di automezzi, armi, giubbotti antiproiettile, radio e tutto di ciò che è necessario alla Polizia di Stato come supporto all’attività operativa, appaiono relativamente idonee al contrasto della criminalità ma decisamente inadeguate ad opporsi a questa nuova e imprevedibile minaccia del terrorismo islamico fatta di raid improvvisi e di un impressionante volume di fuoco concentrato sulla popolazione inerme. I giubbotti antiproiettile, ad esempio, non sono a sufficienza per tutto il personale operante, sono in gran parte in fase di scadenza e, oltretutto, male si adattano a fermare l’impatto tremendo di un colpo di kalasnihkof essendo stati pensati per un contrasto alla criminalità comune e organizzata che solitamente impiega armi corte o fucili a pallettoni. L’armamento in dotazione ai poliziotti in caso di conflitto a fuoco potrebbe inoltre essere poco efficace contro un terrorista che potrebbe indossare un giubbotto antiproiettile militare dell’ultima generazione. Nuove strategie dei terroristi e contrasto operativo I fanatici dell’ISIS sono soggetti che si muovono nelle capitali europee con tecniche militari, con armamento
    militare e soprattutto rendendo vane le deterrenze primarie nei confronti dei criminali messe in campo dalla civiltà occidentale (la paura del carcere e la paura di essere feriti o uccisi in uno scontro a fuoco con la Polizia). Le nazioni storicamente obiettivo del terrorismo islamico come Israele e per certi versi la Russia,
    hanno infatti dovuto rivoluzionare da almeno vent’anni le strategie di contrasto operativo “sul campo” per riuscire a bloccare persone che non temono di essere ferite o uccise e che non temono di finire in carcere. Un criminale occidentale quando capisce che non ha scampo e tutto è perduto normalmente si arrende, più
    di rado si uccide. Un fanatico dell’ISIS viceversa si fa sovente esplodere provocando spesso più danni di quelli arrecati durante l’azione a fuoco iniziale prima dell’intervento della polizia. Appare evidente che gli operatori di polizia che devono affrontare in occidente questa minaccia devono per forza di cose essere
    sottoposti a un addestramento mirato con degli standards tattici di livello più elevato rispetto al passato. Le operazioni di contrasto a un ipotetico commando terroristico si configurano ora come un vero e proprio combattimento in area urbana, ben più cruento di un “normale” conflitto a fuoco con dei banditi.
    Terrorismo islamico: quali obiettivi possibili nelle nostre città?
    Sul fatto che secondo le “warning intelligence” statunitensi soprattutto i luoghi simbolo e con alta concentrazione di persone (come il Colosseo o piazza San Pietro a Roma) possano costituire un plausibile obiettivo per attacchi si manifestano dei dubbi. L’esperienza reale appena vissuta (francese, africana, e inglese) ha evidenziato operazioni terroristiche concentrate su luoghi di “ordinaria frequentazione” da parte della gente, come bar, ristoranti, alberghi, metropolitana ecc.. Targets che in una città come Roma, come Londra o come Parigi sono praticamente infiniti. Ed è proprio la difficoltà di delimitare i possibili targets a rendere lacunoso a nostro avviso un piano di sicurezza con un alto numero di operatori (poliziotti e militari) concentrati staticamente sui luoghi “simbolo” a discapito di tanti possibili obiettivi minori ma intensamente frequentati dalla gente comune.
    Un approccio moderno e dinamico alla sicurezza urbana
    Ragionevolmente dei potenziali terroristi dovrebbero viceversa essere intercettati – attraverso un’azione di contrasto dinamico – nel tragitto tra la loro base di partenza e il punto scelto per colpire, distribuendo le forze disponibili su un’area metropolitana più vasta. Soprattutto il controllo a bordo dei mezzi pubblici
    potrebbe consentire di intercettare qualche soggetto potenzialmente pericoloso, così come pattuglie a piedi per le strade ( anche periferiche), una ragnatela di posti di blocco e la presenza di operatori nei centri commerciali potrebbero rappresentare un efficace filtro oltre che un deterrente. Ma soprattutto in questa azione di controllo dovrebbero essere impiegate anche forze di polizia attualmente impiegate su compiti
    amministrativi e impiegatizi ridondanti (che potrebbero essere affidati a impiegati civili), su scorte inutili e su tutte le posizioni “non operative” che attualmente i poliziotti svolgono. D’altra parte il controllo antiterrorismo “totale” in una città come Roma, del genere di quello per intenderci attuato a Bruxelles negli
    ultimi giorni, vorrebbe dire portare al collasso la rete di trasporti pubblici il cui funzionamento si basa su un flusso continuo (e senza ostacoli) di centinaia di migliaia di persone ogni ora. D’altro canto anche limitare le abitudini consolidate delle persone (come uscire la sera, andare al cinema e allo stadio, andare nei
    ristoranti, portare i figli a scuola ecc.) rappresenta una impresa di difficile realizzazione e tutto sommato rappresenta quello che in definitiva i terroristi vogliono. Terroristi e camuffamento sociale
    Ma il problema principale nella prevenzione e nella repressione del terrorismo di matrice islamica nello scenario europeo è costituito a nostro avviso dal “social camouflage” dei suoi membri all’interno della comunità islamica in primis ma genericamente nel movimento all’interno dello spazio metropolitano. L’integrazione, se pur superficiale, di molti affiliati all’ISIS nati in Europa o giunti in giovanissima età, consente infatti loro di muoversi senza essere notati nelle aree urbane occidentali, vestiti come occidentali
    e soprattutto con processi di pensiero occidentali. Per la polizia è quindi estremamente difficoltoso, se non quasi impossibile, individuarli pro-attivamente tra le centinaia di persone con tratti nordafricani e mediorientali, immigrati per bene che affollano i mezzi pubblici, le strade, le strutture commerciali delle città europee, piccole e grandi, divenute inevitabilmente multietniche. Vincere la paura per non darla vinta a terrorismo. La società civile che deve far fronte, indipendentemente da una condizione di rischio concreto, anche alle evidenti ripercussioni di tipo psicologico. Le esigenze adattive in un tale contesto potrebbero indurre le persone sia a comportamenti razzisti che a condotte di evitamento fuggendo dalla socialità. Su queste basi il Sindacato PNFD in collaborazione con il Centro Studi per la Legalità la Sicurezza e la Giustizia e con l’Associazione Controllo del Vicinato (italian chapter dell’EUNWA), propone una serie di incontri di formazione e sensibilizzazione diretti ai cittadini nel corso dei quali proporre strategie di condivisione (anche con esponenti della comunità islamica), di gestione dello stress e della paura collegate alla minaccia terroristica. Questa iniziativa che corre di pari passo ad un attento studio delle strategie messe in campo per il contrasto “militare” al terrorismo di matrice islamica, costituisce a nostro avviso una risposta concreta a coloro che vorrebbero stravolgere, attraverso l’inoculazione strategica della paura, la millenaria serena convivenza, lo spirito di accoglienza, la socialità e la cultura dei popoli europei. Roma, 24-11-2015

    F.to – Marco Strano
    Direttore del Dipartimento ricerca scientifica e formazione del PNFD

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