Venerdì scorso è scomparso Umberto Eco, semiologo, filosofo e scrittore italiano e Gianfranco Marrone, saggista e professore ordinario di Semiotica all’Università di Palermo, intervistato da MeridioNews, ha raccontato il suo personale ricordo del grande intellettuale piemontese.

«Con la scomparsa di Umberto Eco  – ha affermato Marrone – ci mancherà soprattutto la sua lucidità, che non è soltanto la capacità di capire e guardare più avanti di altri, ma soprattutto la forza di saper mescolare le carte. Umberto era tante cose, era un semiologo, un professore universitario, un giornalista, uno scrittore, un uomo di editoria; e lui riusciva a far giocare felicemente tra loro tutte queste professionalità come le sponde di un biliardo. Fare filosofia e scrivere romanzi, per esempio, erano attività complementari, così come essere un critico letterario o scrivere di politica sui giornali. Questa era una maniera per abbattere le barriere delle istituzioni del sapere, non per il banale gusto di farlo ma per farle crescere ognuna grazie all’altra. Ad esempio, tutti i suoi romanzi sono molto divertenti e avvincenti, spesso sono dei polizieschi, ma hanno anche una grande profondità filosofica; parallelamente suoi testi di semiotica sono anche divertenti. Notoriamente Umberto era un grande raccontatore di barzellette, riusciva a parlare di Kant e insieme a raccontare delle barzellette; non a caso è stato il curatore del Trattato delle barzellette di Achille Campanile».

«La prima e l’ultima volta che ci siamo incontrati – ha ricordato Marrone – sono due momenti a me molto cari. La prima volta fu alla fine del 1980, quando venne a Palermo per inaugurare un convegno di semiotica e io ero uno studente al secondo anno: ricordo che disse una cosa che mi rimase profondamente impressa, riuscì a spiegare come il segno è stato rimosso dal dibattito occidentale così come è successo nella società per la donna o i neri, gli altri insomma. Quello stesso giorno nel pomeriggio Eco andò da Flaccovio a presentare il suo nuovo libro Il nome della rosa. Quel giorno fu la prima volta che lo vidi e lo sentii parlare, ed era molto strano vedere un professore universitario che scriveva anche romanzi, a quei tempi era una cosa inusuale. L’ultima volta che l’ho visto è stato in settembre scorso a Camogli, al Festival della Comunicazione, dove mi aveva invitato; stava già molto male, ma si alzò dalla stanza delle colazioni e venne zoppicando ad ascoltare il mio intervento. A quasi quarant’anni di distanza, i ruoli si erano invertiti e per me fu molto importante vederlo là in prima fila ad ascoltarmi. Lui fu un maestro di vita non solo un maestro di pensiero».

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