L’incidenza dell’Università nel contesto sociale ed economico della città, la flessione delle iscrizioni e la migrazione intellettuale sono alcuni dei temi su cui verte un’intervista di Francesco Sanfilippo, pubblicata sul Quotidiano si Sicilia, al rettore dell’Università degli Studi di Palermo, Fabrizio Micari.

In primis, Micari ha spiegato che «l’Università di Palermo conta 50 mila persone tra studenti, professori e amministrativi su 600 mila abitanti, senza tenere conto dell’indotto tra imprese fornitrici, negozianti, eccetera. Gli studenti sono 43 mila e questo ci rende uno dei più grossi atenei italiani, paragonabili a Roma o Napoli. Perciò, la definizione di città universitaria è corretta, anche se non la si considera mai in questi termini. L’Università ricopre un’importanza centrale per Palermo all’interno del “progetto città” da un punto di vista economico, sociale e della ricerca. Inoltre, la qualità formativa offerta non ha niente da invidiare a quella di altri atenei».

Riguardo al calo delle iscrizioni, il rettore ha osservato che se è vero che «l’Università ha avuto diminuzione degli iscritti dovuta negli anni recenti a politiche volte a ridurre il numero dei fuoricorso che erano arrivati al 50 per cento di tutti gli studenti. Ora, la percentuale non supera il 30 per cento che è considerata una soglia fisiologica, paragonabile a tutte le altre Università».

Tra le innovazioni messe in atto dall’Ateneo per fermare la migrazione intellettuale, l’attuazione di «alcuni corsi corsi inediti, come quelli di Tecnologie agroalimentari, di Gestione e valorizzazione dei Beni culturali, del Turismo e di Consulente giuridico d’impresa. In quest’ultimo caso, le aziende sentono la necessità di una figura che possa fornire servizi e consulenze giuridiche».

Dopo un excursus sulla qualità dell’offerta formativa e sul decentramento dell’Università verso le altre province, riguardo a cui Micari ha sottolineato che «alcuni risultati sono stati buoni come a Caltanissetta, altri meno, ma non si può agire da soli. Occorre dialogare con le realtà produttive e in collaborazione con la Regione. I Consorzi non possono reggersi senza la stessa Regione che li sostiene», il rettore ha spiegato come sono state assegnate le risorse dell’Ateneo.

«C’è stato un calo delle risorse assegnate, ma c’è stata una riduzione ancor più forte nel numero dei docenti. Nonostante l’assenza di difficoltà finanziarie, l’85 per cento delle risorse va via per il costo del personale, mentre le spese di funzionamento e di manutenzione dell’immenso patrimonio immobiliare si aggirano sul 10 per cento. Eppure, sono state trovate le risorse per il bando dei dottorati di ricerca e per le manutenzioni straordinarie grazie ad un 2-3 per cento di disponibilità. Le risorse economiche vengono dallo Stato e dalle iscrizioni, mentre il livello di tassazione è uno dei più bassi per favorire gli studi dei ragazzi».

Infine qualche parola sul progetto Policlinico 2020. «Un ospedale universitario deve fare formazione ed offrire assistenza di eccellenza legata alla ricerca, ma oggi non è così in tutte le aree. Dobbiamo chiederci se continuare in questo modo, oppure se fare un progetto, partendo dalle eccellenze e da collaborazioni che si possono avere con altre realtà ospedaliere. Penso si debba agire su quest’ultimo campo».

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