Ore 07:15. Ha inizio la mia lunga camminata attraverso il gelo del futuro. Primo passo in cittadella universitaria, tutto è ancora fermo, dagli intramontabili venditori ambulanti ai ragazzi sparti-volantini. Mentre il vento taglia la faccia ancora carica di sonno, circondata dal vuoto di una città che sta appena stiracchiando le gambe, hanno inizio i pensieri di una giovane ragazza universitaria, consapevole di un futuro più che mai gelido.

Nessuno sa come sarà, eppure nei primi pensieri mattutini pare già di vederlo con tutti i suoi contorni indefiniti, un groviglio di speranze, sacrifici, sogni, andati a finire nella matassa di un call center o qualsivoglia lavoro sottopagato.

Le gambe vanno sole, guidate verso il lontano edificio che racchiude il mio mondo universitario. Una vecchia cabina telefonica mi da il benvenuto, e poi un’altra ancora, quasi a voler ricordarmi che con il passato è difficile tagliare i fili del tutto.

Qualche passo ancora e la vista è spettacolo: mentre qualcuno sta ancora crogiolandosi nel suo letto di sogni e pensieri felici, lungo la strada principale della infinita città universitaria, piccoli puntini si muovono tutti in una sola direzione. Studenti che vanno incontro al loro futuro, non si arrestano dinanzi al freddo, ai km fatti per arrivare in città, ai disagi dei trasporti pubblici, al letto che li ha invitati a restare.

In lontananza appare a tratti ben distinti la scritta “INGEGNERIA”. Qualcuno mi diceva di seguire questa strada, perigliosa ma “sicura”, ma nel difficile cammino verso la maturità sogni di bambina hanno preso il sopravvento sul raziocinio più scontato.

Il futuro non appartiene forse a tutti? Da quando in qua progettare edifici conta più di progettare idee, formule matematiche, educazione, e così via? Procedo ancora, mancano soltanto poche centinaia di metri all’arrivo in facoltà.

Sulla strada mi imbatto in coriandoli rossi sparsi sull’asfalto. Il primo ricordo è alla laurea, che presto arriverà con tutto il suo carico di aspettative: qualcuno la chiama “garanzia” per il domani, per altri è solo un semplice pezzo di carta da affiggere al muro.

Per me, semplicemente il simbolo di questi anni trascorsi sui libri e del viso stanco dei miei genitori, un simbolo che sancisce la fatica e l’impegno di tanti, non un’assicurazione su ciò che mi aspetterà. Metto piede in facoltà e mi riscalda un’atmosfera giovane e spensierata.

Forse avrei fatto meglio a riflettere sul pranzo o sulla prossima uscita tra amici. Discorsi troppo grandi di me hanno preso il sopravvento. Ripensando ai tempi sui banchi di scuola, un verso mi giunge alla mente “chi vuol esser lieto, sia: del doman non c’è certezza”.

Non cercate la razionalità nel mio post: nel lungo divagare tra futuro, teste coronate d’alloro e gelo del mattino, bricioli di ragionevolezza si sono persi per strada come leggeri coriandoli rossi

1 risposta

  1. isadora

    cio’ che hai scritto e ‘ davvero significativo e fa’ riflettere sulle proprie scelte e sulla consapevolezza di un futuro sempre incerto ..ma che dobbiamo guadagnarci con passione e speranza per quanto difficile ! scrivi benissimo ..complimenti e ti auguro di relizzare i tuoi sogni ..che non sono mai troppi.

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