Se oggi parlassimo con Albert Einstein, probabilmente, ci direbbe che «la vera crisi è l’incompetenza» e «il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie d’uscita ai propri problemi».

Il riferimento non è alle difficoltà economiche in cui versano famiglie e imprese, bensì ai tratti distintivi di una dimensione pubblica che rifugge il merito, la creatività e ogni altro sussulto di “normalità”.

L’inadeguatezza delle tradizionali agenzie di mediazione, la crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni e il torpore della cosiddetta società civile sono prove inconfutabili.

Il luogo del delitto, naturalmente, è il territorio in quanto crocevia di prospettive intellettuali e pratiche quotidiane che possono favorirne o comprometterne la governabilità, quindi la vivibilità.

A presidiarlo c’è anche l’Università, da sempre schierata contro l’incompetenza, quotidianamente impegnata nella formazione delle classi dirigenti di oggi e di domani, ma apparentemente inerme dinanzi alla pigrizia.

Forse perché, per scetticismo, chi la frequenta fatica a riconoscerle il ruolo di moltiplicatore di capitale umano, inteso come insieme di conoscenze, capacità ed esperienze, indispensabili per sperare di posizionarsi dignitosamente sul mercato del lavoro.

Eppure si tratta di risorse preziose, soprattutto in tempo di crisi. Risorse disponibili. Risorse che, se correttamente impiegate e adeguatamente valorizzate, potrebbero farci parlare di sviluppo economico, invece che di depressione.

In altri termini, tra i giovani del nostro Ateneo, sono veramente pochi coloro che avvertono l’esigenza di cimentarsi in percorsi di miglioramento dell’ambiente fisico e sociale di provenienza: la città.

Il motivo è palese. Pochissime istituzioni hanno incoraggiato l’impegno civile degli studenti universitari, o dei neolaureati, e raramente la politica ha mostrato interesse nei confronti di chi, grazie ad una formazione specifica, potrebbe condizionare positivamente il sistema della viabilità, la gestione dei centri di aggregazione sociale piuttosto che il rapporto con le categorie produttive.

Allora, cosa fare?

A me piace pensare che un’azienda sarebbe ben disposta ad investire in un contesto innovativo, funzionale e suggestivo, ovvero in una città pulita, ordinata e ben amministrata, magari grazie al contributo di coloro che, seppur giovani, hanno scelto di mettersi al servizio della comunità.

E non sono l’unico a ritenere che una parte delle trasformazioni di cui il Paese ha bisogno debba compiersi nelle città.

Nel corpo docente, ad esempio, c’è chi pensa ad un nuovo sviluppo economico raggiungibile per mezzo di una good governance, ossia di un’azione integrata e consapevole del governo locale, della società civile e del settore privato.

Perciò, se è vero che sino ad oggi la nostra generazione è stata sacrificata e relegata ai margini del sistema, è altrettanto vero che non possiamo aspettare la manna dal cielo, perché non arriverà.

La vita sociale è un gioco che nessuno può permettersi di non giocare, specialmente se in ballo ci sono ambizioni, speranze e necessità.

Certo, Einstein ci direbbe: «chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni».

Allo stesso tempo, sottolineerebbe che «è nella crisi che emerge il meglio di ognuno», perché in mancanza di essa non ci sono sfide e «senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia».

Ma non credo servano dei discorsi motivazionali per rendersi conto che è giunta l’ora di rimboccarsi le maniche, a prescindere dalla facoltà alla quale si è iscritti.

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