Nel 2005 il Ministero per le pari opportunità, in ottemperanza di una direttiva europea che imponeva misure per colmare il deficit della presenza femminile nei luoghi decisionali della politica, cofinanziò dei corsi in quindici università italiane, nei quali si attrezzavano le donne partecipanti con nozioni di diritto, storia, sociologia ecc. (ma si insegnava anche a scrivere un discorso, organizzare una campagna elettorale, a tenere un intervento in pubblico), utili a superare il problema individuato. Lo strepitoso successo della iniziativa la fece allargare a tutte le università italiane, dove, da allora questi corsi di formazione, intitolati Donne, politica, istituzioni, si tengono ogni anno.

Anche a Palermo i corsi – di cui sono la coordinatrice scientifica – hanno avuto un enorme successo: la partecipazione, prima solo femminile, da quest’anno aperta anche agli uomini, ha visto una quota non maggioritaria di studentesse universitarie, poi psicologhe, avvocatesse, impiegate e funzionarie di uffici pubblici, sindacaliste, pensionate, disoccupate. Utenti che si avvicinavano per la prima volta alla politica o che avevano ricoperto cariche nelle amministrazioni locali, donne giovani e mature che rafforzavano attraverso l’ampio spettro di conoscenze offerte, un desiderio latente o tenuto a freno, che si trasformava finalmente in progetto e partecipazione attiva.

Seicento persone hanno preso parte alle cinque edizioni palermitane, producendo ogni anno un personale programma elettorale che potrebbe fornire materia di analisi per politologi e sociologi e di riflessione autocritica per i politici di professione: esiste un modo di concepire la politica come impegno di rappresentanza di bisogni condivisi, a cui trovare soluzioni solidali, innovative, pragmatiche. Esiste soprattutto un per lo più inespresso desiderio di partecipazione.

Ricordo l’imbarazzo con il quale, in una scorsa edizione del corso, i segretari dei partiti politici di tutto lo schieramento parlamentare dovettero ripetere dinanzi a cento donne che erano lì per capire come rimuovere gli impedimenti a una loro più attiva partecipazione, il luogo comune secondo cui le donne non c’erano nelle istituzioni perché loro “non ne trovavano di disponibili a entrare nelle liste”…

O quando all’affermazione secondo cui era la priorità assegnata dalle donne alla famiglia a tenerle lontane dalla politica, vennero contrapposti i dati siciliani della più tarda età al matrimonio, del calo delle nascite e dell’incremento di separazioni e divorzi. I nostri politici dimostrarono in quella circostanza di ragionare per stereotipi e di avere in mente immagini femminili ormai largamente superati dalla realtà.

Eppure, sono proprio i partiti politici, insieme alle regole elettorali, i gatekeepers, i guardiani delle porte di accesso alle candidature femminili, a cui applicano la regola dello stop and go: fanno avanzare le donne quando è necessario rispondere a una forte richiesta di “facce nuove e pulite” nella politica, rispedendole a casa quando la missione è compiuta.

Questi corsi formano “forze fresche d’assalto” da mettere in campo nella battaglia per il rinnovamento della politica italiana, un rinnovamento ineludibile per le sorti della nostra democrazia. Ho sempre pensato che l’assenza delle donne dalle istituzioni rappresentative della politica rappresenti non un problema delle donne, ma della stessa democrazia, una sua lacuna vistosa che ne mette in luce i meccanismi di esclusione e sfida la pretesa di rappresentanza universalistica dei diritti.

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