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Analizzando i campioni di sangue di pazienti contagiati dal coronavirus dal quarto giorno dalla comparsa dei sintomi fino al 242esimo.

Un team di ricerca australiano guidato da scienziati dell’Università Monash ha dimostrato che l’immunità contro la COVID-19 dura almeno per otto mesi.

I vaccini, dunque, potrebbero offrire una protezione decisamente prolungata.

La protezione immunitaria contro la COVID-19

L’infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, ha una durata di almeno otto mesi.

Essa è dunque significativamente più duratura rispetto a quanto si sospettasse in precedenza, a causa di studi che avevano rilevato un rapido crollo nella concentrazione degli anticorpi neutralizzanti.

Si tratta di una splendida notizia anche nell’ottica della campagna vaccinale.

Già avviata nel Regno Unito e negli Stati Uniti e in procinto di partire anche nei 27 Paesi dell’Unione Europea.

Dal 27 dicembre inizieranno infatti le prime somministrazioni del vaccino “BNT162b2” sviluppato dalla casa farmaceutica Pfizer in collaborazione con la società biotecnologica BioNTech;

In Italia la prima persona a essere vaccinata al di fuori di uno studio clinico sarà un infermiera dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive (INMI)

“Lazzaro Spallanzani” di Roma.

A determinare che l’immunità contro l’infezione da coronavirus SARS-CoV-2 dura almeno per otto mesi è stato un team di ricerca australiano guidato da scienziati della Central Clinical School dell’Università Monash di Melbourne.

Gli scienziati, coordinati dal professor Menno C. van Zelm, docente presso il Dipartimento di Immunologia e Patologia dell’ateneo australiano.

Sono giunti alle loro conclusioni dopo aver sottoposto ad approfonditi esami di laboratorio i campioni di sangue di pazienti convalescenti e guariti dalla COVID-19.

Gli scienziati hanno prelevato in tutto 36 campioni di sangue da 25 pazienti

Nei quali non sono solo andati a caccia degli anticorpi, ma anche di altre cellule legate alla risposta immunitaria, ovvero delle “cellule della memoria B” e dei linfociti T. I test sono stati condotti a partire dal quarto giorno dalla comparsa dei sintomi fino al 242esimo.

Benché la conta delle immunoglobuline (o anticorpi) ha iniziato a diminuire a 20 giorni dalla manifestazione sintomatologica, come rilevato anche da altre indagini, le cellule B hanno continuato ad aumentare fino al 150esimo giorno, restando poi stabili nei mesi successivi.

Le cellule della memoria si chiamano così poiché “ricordano” gli antigeni con cui siamo stati in contatto

– nello specifico il coronavirus SARS-CoV-2 – e sono pronte a dar vita a un esercito di anticorpi neutralizzanti non appena essi si presentano nuovamente.

In pratica, sono sentinelle fondamentali nel proteggerci dall’esposizione ai virus e ad altri patogeni.

Le cellule B identificate da Menno C. van Zelm e colleghi erano specifiche contro il nucleocapside e la proteina S o Spike del coronavirus, quella che il patogeno sfrutta per legarsi al recettore ACE-2 delle cellule umane, rompere la parete cellulare.

Inserire all’interno l’RNA virale e dar vita al processo di replicazione, che è alla base dell’infezione (COVID-19).

“Questi risultati sono importanti perché mostrano, in modo definitivo, che i pazienti infettati dal virus COVID-19 mantengono in realtà l’immunità contro il virus e la malattia”,

La durata limitata dell’immunità è stata “una nuvola nera che incombeva sulla potenziale protezione che sarebbe stata offerta da qualsiasi vaccino contro la COVID-19”,

– ha aggiunto van Zelm, ma questi risultati danno la speranza che i vaccini “forniranno protezione a lungo termine”.

Secondo un recente studio condotto da scienziati del La Jolla Institute for Immunology essa potrebbe durare per anni, se non addirittura decenni.

I dettagli della ricerca australiana “Rapid generation of durable B cell memory to SARS-CoV-2 spike and nucleocapsid proteins in COVID-19 and convalescence” sono stati pubblicati sull’autorevole rivista scientifica Science Immunology.

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