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Se dunque secondo Beauvoir la giustapposizione tra i due sessi biologici porta la controparte maschile a ridurre la donna a sesso, e di conseguenza percepirla come oggetto, come viene percepita questa stessa differenza dalla donna? La risposta che azzardo è: come vergogna.

Nota dell’autoreil seguente articolo va ad affrontare il tema del sesso biologico, che non è da sovrapporre all’identità di genere: onde evitare confusione nei lettori/lettrici, l’articolo è da leggere su un piano dicotomico che vede ai due capi del discorso il sesso maschile e femminile. Dove necessario, si cercherà di puntualizzare l’impostazione considerata.

Nel suo più celebre saggio, Simone de Beauvoir parla della donna in termini di “secondo sesso”, appellativo da cui l’opera prende il nome. In questa pubblicazione, la scrittrice, saggista e giornalista francese, intende evidenziare la percepita subordinarietà della donna all’uomo, per cui una donna può determinarsi esclusivamente se in rapporto all’uomo; di conseguenza, “la donna appare essenzialmente al maschio come un essere sessuato: la donna per lui è sesso, dunque lo è in senso assoluto” (3).

La determinazione del diverso per mezzo della contrapposizione alla “norma” non è un discorso riservato alla sola misoginia: invero, Lévi-Strauss parlava pressappoco in contemporanea alla scrittrice francese di etnocentrismo, ossia la “tendenza a giudicare la storia, la struttura sociale e la cultura dei gruppi umani diversi dal gruppo cui si appartiene secondo i valori propri di questo, tenuto come ideale centro e punto di riferimento dell’analisi” (5). In merito, l’antropologo ha dichiarato:

“L’etnocentrismo è un atteggiamento radicato nella maggior parte degli uomini, che semplicemente rifiuta di ammettere il fatto stesso della diversità culturale, identificando la cultura e l’umanità con le proprie norme e le proprie consuetudini locali. È l’atteggiamento che nell’antichità portava a definire ‘barbaro’ chi non faceva parte della cultura greca o romana, e che ha condotto l’Occidente moderno all’uso di termini come ‘selvaggio’. Questo atteggiamento di pensiero nel cui nome si respingono i ‘selvaggi’ fuori dell’umanità, è proprio l’atteggiamento più caratteristico che contraddistingue quei selvaggi medesimi”. (Lévi-Strauss, 1952) (1)

Ciò accade perché, sempre secondo Lévi-Strauss, il passaggio dallo stato di Natura allo stato di Cultura è contrassegnato dalla tendenza da parte dell’uomo a pensare le reazioni biologiche sotto forma di sistemi di opposizione” (Levi-Strauss per de Beauvoir, 1946) (3); una conclusione simile venne tratta anche dal filosofo Georg Wilhelm Friedrich Hegel, per cui l’affermazione del sé come essere autonomo doveva necessariamente passare per l’opposizione all’altro (8).

Parlare dunque di “altro” solamente in merito alla contrapposizione e dunque alla differenza che insorge nel suo confronto con la “norma” è una strategia che per lungo tempo è riuscita a tenere sotto scacco ogni sesso, orientamento sessuale, identità sessuale ed etnia che differisse in alcun modo dalla visione eurocentrica dell’uomo bianco, eterosessuale e cisgender. Nel momento in cui questo pattern andasse distanziandosi nei termini sopracitati, ecco che va a prevalere il processo di riduzione dell’altro nella sua difformità dalla “norma”.

Tuttalpiù, dati per assodati questi presupposti, sarebbe interessante sviluppare il discorso per interrogarsi sul come questa riduzione dell’altro venga percepita dall’altro in questione; se dunque secondo Beauvoir la giustapposizione tra i due sessi biologici porta la controparte maschile a ridurre la donna a sesso, e di conseguenza percepirla come oggetto, come viene percepita questa stessa differenza dalla donna? La risposta che azzardo è: come vergogna. La vergogna potrebbe essere tranquillamente ritenuta la reazione alla differenza nel rapporto tra uomo e donna, ma questa in relazione all’”altro” sesso. Essere donna in una società eurocentrica è quindi, prima di qualsiasi altra cosa, vergogna.

È curioso notare come la stessa Beauvoir sostenga che “donna si diventa” (3). Da un punto di vista prettamente biologico, una bambina può definirsi donna con l’arrivo delle prime mestruazioni, ed è con questo primo lampante esempio che voglio provare a portare avanti la mia tesi: seppur si parli di un fenomeno naturale, il ciclo mestruale viene ad oggi vissuto come un “taboo” ancora da soverchiare: solamente quest’anno, Plan International è arrivata a sostenere che un terzo degli uomini crede che le mestruazioni dovrebbero essere trattate come un segreto; il New York Post stima che il 42% delle donne americane abbia subito period-shaming e che il 58% si sia sentita in imbarazzo per il fatto di perdere sangue; le stime salgono a 73% se si considera la quantità di donne che hanno nascosto un tampone mentre si recavano in bagno (6).

sopra: immagine da una famosa pubblicità di assorbenti (via web)

Il taboo si amplifica in modo preoccupante se si parla invece di piacere sessuale: se nella sfera maschile l’emancipazione sessuale è incoraggiata ed acclamata, nella controparte femminile il messaggio che passa è che “le donne dovrebbero essere modeste e sopprimere o, peggio, vergognarsi del proprio interesse e desiderio sessuale” (7): a conferma di questa estrema dualità nell’approccio al sesso, una ricerca dell’Università di Cornell afferma che su 500 donne intervistate, un’ipotetica donna che ha avuto più di venti partner sessuali è considerata “meno competente ed emotivamente stabile, meno affettuosa e più dominante” rispetto ad una donna che invece ha avuto solo due partner (7).

Questa triste carrellata di esempi non può che concludersi con l’apice più desolante di tale discrepanza, ossia la violenza di genere: seppur quest’ultima non si sviluppi in modo unidirezionale, non si può ignorare che nella totalità degli episodi violenti registrati il 22,7% sono perseguiti dal sesso maschile sul sesso femminile, percentuale in netta maggioranza rispetto allo scenario inverso (9,6%) (9). Secondo recenti studi, livelli più elevati di colpa e vergogna sono associati a sintomi post-traumatici più gravi nei sopravvissuti a vari eventi traumatici, tra cui la violenza domestica, l’abuso sessuale su minori e la violenza sessuale su adulti. Sempre a riguardo, si sostiene come la vergogna possa aumentare la sintomatologia PTSD delle vittime sia in maniera diretta che indiretta (4).

Si potrebbe andare ben oltre questi tre scenari sopracitati per andare ad approfondire eventi ancor più legati alla quotidianità dietro l’essere donna, come può essere l’aspettativa di un sesso esteticamente impeccabile (2), ma la questione rimarrebbe comunque invariata: per la donna, l’espressione del dualismo tra maschio e femmina rispetto alle proprie differenze sta nella sua vergogna.

sopra: immagine da una famosa pubblicità di prodotti per la depilazione (via web)

È comprensibile giudicare questa mia conclusione come fin troppo estrema; ma del resto, estrema è anche la considerazione della stessa Beauvoir. Questo perché sia nel caso dell’autrice che nel caso del mio articolo, sia opportuno inquadrare il dibattito su un piano più teorico che pratico: quello che si cerca di fare è contestare un modello sulla quale la società post-moderna è impostata, non di forzare una casistica su un’improbabile moltitudine di soggetti.

Per di più, ci si potrebbe interrogare sul perché questo articolo abbia scelto di parlare di “vergogna” e mai di “colpevolezza”: la differenza sta che il primo termine va ad indicare un processo esterno al soggetto e che scaturisce poi nel senso di vergogna; il senso di colpa invece, nasce da un sentimento interno al soggetto e non da un soggetto esterno (4). Nel caso specifico di quest’articolo, il termine “vergogna” risulta particolarmente adeguato perché, esattamente come teorizzava Beauvoir, la donna non esiste come ente a sé ma solo come contrapposizione all’uomo, ed è dunque solo coerente che i sentimenti che provi nascano e finiscano con il rapporto con l’altro.

L’idea della donna come entità a servizio di un altro e mai come soggetto a sé viene contestata da più intellettuali già dal secondo dopo guerra: quest’idea è difatti tanto radicalizzata quanto diffusa, tant’è che si possono trovare altri strascichi di pensiero in testimonianze risalenti al periodo colonialista (es. “Jane Eyre” di Charlotte Brontë riprende quest’opposizione sia in termini di genere che in termini di etnia). Sarebbe imperativo un analisi di come l’essere umano divida tra estremità assolute la realtà entro la quale si muove, sempre nella speranza che, facendo eco a Lévi-Strauss, ciò sia davvero possibile (1).

Conclusioni

I mass media giocano un ruolo fondamentale nella diffusione degli standard culturali stereotipici della nostra società; sono il mezzo attraverso cui vengono proposti modelli da seguire e perseguire e per cui ogni differenza rispetto al canone viene considerata intollerabile. Le donne vengono rappresentate come sempre giovani, belle, truccate, sono “volti ricondotti a maschere della chirurgia estetica. Corpi gonfiati a dismisura come fenomeni da baraccone di un circo perenne che ci rimandano un’idea di donna contraffatta, irreale” (Zanardo, 2010, pag. 191). Parallelamente, i media esaltano l’aspetto di virilizzazione dell’uomo e la sottomissione della donna in favore dei suoi desideri.

Affinché sia contrastato il fenomeno dell’ oggettivazione sessuale della donna, sarebbe auspicabile un intervento preventivo rivolto ai bambini e agli adolescenti volto ad aumentare la consapevolezza del potere che i media assumono nel diffondere una cultura erotizzante e nel promuovere stereotipi di genere (Bargh, Chen e Burrows (1996)): è necessario far comprendere l’importanza di assumere un comportamento che non sia di passiva ricezione sviluppando una maggior criticità nel codificare i messaggi proposti dai mass media.

A questo si aggiunge l’importanza attribuita ad un training all’autostima, alle life skills  considerati fattori protettivi per promuovere, in primis il benessere dei bambini e quindi dei futuri adulti, che saranno in grado di contrastare i fenomeni di influenza sociale di cui l’oggettivazione sessuale fa parte (APA, 2010).

I genitori e la famiglia in generale hanno un primo e importante ruolo nell’aiutare i figli a interpretare i messaggi a cui sono sottoposti e a proteggerli da una precoce oggettivazione sessuale (APA, 2010). Questo vale soprattutto quando i bambini sono molto piccoli e quindi più vulnerabili e bisognosi di maggior protezione e sostegno da parte degli adulti.

Fred Kaeser (2011) invita i genitori a guidare e, se necessario, fare chiarezza e sostenere i bambini che sono esposti ai numerosi quotidiani messaggi oggettivanti. L’autore suggerisce di parlare onestamente ai propri figli del mondo ipersessualizzato presente intorno a loro, di aiutarli a creare un senso critico mostrando quali possano essere gli effetti negativi, in modo tale che agiscano consapevolmente, consci delle conseguenze positive e negative che possono avere le loro scelte.

Alcuni studi si sono occupati di stabilire quali possano essere le caratteristiche individuali che rendono le donne maggiormente sensibili all’ oggettivazione sessuale, in particolare lo studio di Posavac, Posavac e Posavac (1998, 2002) e lo studio di Volpato (2011) hanno messo in evidenza quanto le variabili individuali possano mitigare gli effetti di un’ oggettivazione sessuale: in particolare gli autori hanno suggerito che i media non mostrano un evidente effetto nelle donne che presentano un’ elevata autostima e che quindi non considerano il proprio corpo così distante dai canoni imposti dai mass media e dai modelli da loro proposti e nelle donne che hanno un adeguato livello di autostima, ma che si dimostrano disinteressate dalla componente fisica considerando di maggior importanza le proprie competenze e abilità intellettive.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

  1. Adolini, V. “Claude Lévi-Strauss: il padre dell’antropologia moderna”, Sociologicamente, 2018 [11 dicembre 2022: https://sociologicamente.it/claude-levi-strauss-il-padre-dellantropologia-moderna/#:~:text=L%27etnocentrismo%20%C3%A8%20un%20atteggiamento,e%20le%20proprie%20consuetudini%20locali]
  2. Barragan M., https://cluecho.com/12998/opinion/women-are-getting-vagina-surgery-to-reach-unrealistic-expectations-of-appearance/
  3. Beauvoir, S. “Il Secondo Sesso”, Il Saggiatore, Milano (2016)
  4. Cho S., Chung Y., Lee S., Min Shin K., https://synapse.koreamed.org/articles/1022578
  5. Oxford Dictionary https://languages.oup.com/google-dictionary-it/
  6. Plan International, https://plan-international.org/news/2022/05/25/new-survey-shows-deep-rooted-taboos-around-periods/
  7. Scheel J. https://www.psychologytoday.com/us/blog/sex-is-language/202009/women-and-sex-shame-vs-expression
  8. Wikipedia, “Georg Wilhelm Friedrich Hegel”, Wikipedia, 2022 [11 dicembre 2022: https://it.wikipedia.org/wiki/Georg_Wilhelm_Friedrich_Hegel]
  9. Wikipedia, “Violence against men” https://en.wikipedia.org/wiki/Violence_against_men

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