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La vita prima del Covid. E chi se la ricorda. Ormai sembra un passato di cui quasi non ricordiamo più gli attimi. Quel panino e spritz con gli amici che non abbiamo più rivisto. Quella promessa di rivederci con la scusa di birra, pizza e un film idiota di cui poco importa. Tutto sfumato.

A portare il grido è la visual designer Silvia Renda, in un racconto inviato all’Huffinghton Post. Parole tristi e di vissuto quotidiano. Ma una frase che da sola riesce a spiegare ciò che accade nella psiche di molti. Di giornate vuote e tristi. “Non ricordo più com’era la vita prima del Covid”. 

Spesso anche i più combattivi si sono a poco a poco abituati ad un’aria cupa, malinconica, ricca di pensieri. All’opposto dell’inizio, ricco di positività e di quel fasullo “ce la faremo” o “ne usciremo migliori”, che in pochi mesi è evaporato a causa del lavoro che manca, dei soldi che mancano, della serenità e della stabilità che mancano.

Quelli che i primi giorni di marzo del 2020, durante il primissimo lockdown, videochiamavano compulsivamente gli amici, per parlare del nulla e riderne. Quelli che hanno svaligiato i supermercati di lievito, per fare pizze, torte in abbondanza, credendo che il cibo potesse essere come un amico. O quelli che erano sempre pronti per passeggiare il cane o fingersi runner professionisti alla prima zona rossa.

La vita prima del Covid

Tutto è finito. Anche i più combattivi sono caduti. Per tristezza, rammarico, solitudine. Alla fine l’elastico si tira, si tira e si rompe, pure per i più resistenti. L’importante è trovare una valvola di sfogo, almeno così dicono gli esperti. Una corsetta, una passeggiata in bici, un incontro con chi si vuole bene e non si vede da tempo. Riallacciare i rapporti con coloro che non si sono sentiti, ma sono rimasti indimenticati nella nostra testa e nei nostri ricordi pre-Covid. Un po’ come se ci fosse un ante-Covid e un post-Covid.

Ogni volta sembra l’ultimo slancio per arrivare alla meta. Poi il percorso aumenta di chilometri. Così che anche gli ottimisti Usain Bolt non riescono e abbandonano una maratona infinita. Con il fiatone, con il rammarico. Non si sa se la fine sarà vicina o lontana. L’unico modo per sopravvivere è aspettare senza sapere nulla di quello che accadrà domani, con lo stesso entusiasmo di un bambino che aspetta che il papà superi il buio del tunnel, per poter rivedere il paesaggio. A parole è facile, nei fatti è sfida ardua. 


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Mi chiamo Morana Alessandro, classe 2000, palermitano. “non aver paura di sbagliare un calcio di rigore. Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore”

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