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]]>Ieri pomeriggio, i tre militari avevano fermato un giovane di 19 anni per controllare se avesse addosso sostanze stupefacenti. Questo, anziché mostrare i documenti come richiesto, è andato in escandescenza scagliandosi contro gli agenti. Un altro giovane di 28 anni è intervenuto nell’aggressione. In una manciata di secondi, i carabinieri sono stati accerchiati da altri giovani e picchiati.
Nella zona, sono poi arrivati in soccorso altri agenti che hanno fermato il giovane di 19 anni, nascosto in una stradina vicina. Poco dopo, è stato fermato anche il 28 enne, già con precedenti penali per spaccio. I due sono stati arrestati con l’accusa di violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Gli indagati si trovano al momento ai domiciliari, in attesa dell’udienza di convalida per via direttissima. I carabinieri hanno avuto prescritta una prognosi di 10 giorni.
Continuano, intanto, le indagini per individuare gli altri giovani aggressori, grazie alle riprese dei sistemi di videosorveglianza che hanno ripreso il luogo dell’aggressione. Sembrerebbe, inoltre, che durante la rissa lo stupefacendo sia passato di mano in mano tra i ragazzi.
Una Palermo violenta come non si vedeva da tempo. L’omicidio di Emanuele Burgio alla Vucciria, le aggressioni in pieno centro, nei luoghi della movida, il tentato omicidio in Via Roccazzo. Una città che sembra non riconoscersi più in un’escalation di violenza e paura. Il Comune fa sapere che intensificherà i controlli, così da rendere il capoluogo più sicuro. Ma l’episodio di ieri pomeriggio dimostra come il vero cambiamento debba provenire dal cittadino, dall’adolescente all’adulto. Un cambiamento culturale che possa rendere giustizia a Palermo e ai palermitani tutti.
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]]>Il carico, del peso di 30 chili, avrebbe potuto fruttare, sul mercato illecito al dettaglio, circa 300 mila euro. Le confezioni, circa 50, erano state nascoste all’interno dell’ambulanza. Un luogo abbastanza insolito per il trasporto della droga.
La scoperta è stata fatta nel corso dei controlli effettuati sugli automezzi che sbarcano a Messina provenienti da Villa San Giovanni. I militari hanno perquisito l’ambulanza dopo che un cane antidroga aveva fiutato qualcosa di sospetto. Sequestrata, inoltre, anche una pistola a salve priva del tappo rosso.
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]]>Attraverso siti internet dei centri che proponevano massaggiatrici in pose difficilmente equivocabili e piuttosto svestite, in taluni casi in biancheria intima.
I carabinieri hanno eseguito a Messina e a Giardini Naxos (Me) un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari nei confronti di 5 persone di origine cinese, ritenute responsabili a vario titolo dei reati di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento ed allo sfruttamento della prostituzione.
L’indagine scaturisce dall’attività di controllo del centro estetico denominato «Centro Benessere Summer» che aveva peraltro un sito, con foto di giovani donne orientali riprese in abbigliamento intimo. Un controllo effettuato nei confronti di un cliente fermato all’uscita del centro estetico, ha confermato i sospetti degli investigatori.
Il centro estetico aveva anche un sito. Dove erano presenti foto di giovani donne orientali riprese in abbigliamento intimo. Determinante il racconto di un cliente. Che ha raccontato di avere appreso dell’esistenza del centro massaggi su internet. E di essere stato accolto da una ragazza di origini orientali. Che gli aveva proposto un massaggio. E aggiunto che avrebbe potuto usufruire di una prestazione sessuale.

L’indagine ha permesso di scoprire “una vera e propria organizzazione criminale. Composta da cittadini di origine cinese. Che, oltre al centro estetico a Giardini Naxos, gestiva altri due centri massaggi nel centro di Messina. Dove si prostituivano giovani ragazze orientali”.
Due uomini gestivano l’organizzazione. Erano loro a preoccuparsi di reclutare le ragazze. Che venivano assunte come massaggiatrici. E poi fatte prostituire. Allettate dalla promessa di una paga mensile fissa. A cui si aggiungeva una percentuale sulle singole prestazioni.
Dalle risultanze investigative è emerso che ciascun centro poteva contare su un gran numero di clienti, abituali e non, che garantivano un introito mensile di circa 8.000 euro.
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]]>Tra gli indagati anche un ispettore e un assistente capo della polizia, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreti d’ufficio, e un avvocato. Gli indagati rispondono a vario titolo di mafia, estorsione, favoreggiamento aggravato.
Gli inquirenti hanno accertato che la donna, Angela Porcello, compagna di un mafioso, aveva assunto un ruolo di vertice in Cosa nostra organizzando i summit, svolgendo il ruolo di consigliera, suggeritrice e ispiratrice di molte attività dei clan. Rassicurati dall’avvocato sulla impossibilità di effettuare intercettazioni nel suo studio, i capi dei mandamenti di Canicattì, della famiglia di Ravanusa, Favara e Licata, un ex fedelissimo del boss Bernardo Provenzano di Villabate (Palermo) e il nuovo capo della Stidda si ritrovavano secondo le indagini nello studio, per discutere di affari e vicende legate a Cosa nostra.
Le centinaia di ore di intercettazione disposte dopo che, nel corso dell’inchiesta, i carabinieri hanno compreso la vera natura degli incontri, hanno consentito agli inquirenti di far luce sugli assetti dei clan, sulle dinamiche interne alle cosche e di coglierne in diretta, dalla viva voce di mafiosi di tutta la Sicilia, storie ed evoluzioni. Uno spaccato prezioso che ha portato all’identificazione di personaggi ignoti agli inquirenti e di boss antichi ancora operativi.
Matteo Messina Denaro continua ad essere figura che gode di autorità e prestigio in Cosa nostra. Tra gli indagati dell’operazione odierna c’è lo stesso superlatitante, che al momento rimane tale. Le cosche agrigentine, oltre a giovarsi di un’attuale e segretissima rete di comunicazione con il boss latitante, riconoscono unanimemente in Messina Denaro “l’unico a cui spetta l’ultima parola” in quel contesto territoriale sull’investitura ovvero la revoca di cariche di vertice all’interno dell’organizzazione.
È sempre lui – “U siccu” – che autorizza e deve dare il benestare. Dalle indagine emerge infatti che Messina Denaro è a tutt’oggi in grado di assumere decisioni delicatissime per gli equilibri di potere in Cosa nostra, nonostante la sua eccezionale capacità di eclisssamento e invisibilità che lo rendono ancora imprendibile.
Tra i fermati nell’operazione antimafia, due sono stati più volte condannati all’ergastolo per reati di mafia e omicidi. Uno in particolare, Angelo Gallea, è stato condannato quale mandante dell’omicidio del giudice Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre 1990. Dopo 25 anni di reclusione è stato posto in semilibertà per scontare il residuo di pena. E ha ripreso le sue attività riorganizzando la Stidda e riannodando contatti e rapporti con gli esponenti di Cosa nostra, tasselli di una pax mafiosa tra le due organizzazioni funzionale agli affari delle cosche sul territorio
Significative e pressanti le infiltrazioni nelle attività economiche. Grande rilievo assume il controllo e lo sfruttamento del lucrosissimo settore commerciale delle transazioni per la vendita di uva e di altri prodotti ortofrutticoli della provincia di Agrigento che, oltre a garantire rilevantissime entrate nelle casse delle organizzazioni, permetteva di consolidare il già rilevante controllo del territorio. È stato calcolato che la gestione delle mediazione commerciali fruttava il 3% sulle transazione, molti milioni di euro.
Un affare gestito da un triumvirato costituito da tre dei fermati di oggi: Giancarlo Buggea, rappresentante del capomafia agrigentino Giuseppe Falsone e compagno dell’avvocata fermata, Angela Porcello, Giuseppe Giuliana e Luigi Boncori, capo della famiglia di Ravanusa, su mandato di Calogero Di Caro, capo del mandamento. In tale quadro, è stato pure sventato un progetto di un omicidio organizzato dagli esponenti della Stidda ai danni di un mediatore e di un imprenditore che non avevano corrisposto – a titolo estorsivo – parte dei guadagni realizzati con le loro attività.
I boss al 41 bis, il carcere duro, sono in grado di comunicare tra loro e all’esterno. I pm parlano di “preoccupanti spazi di gravissima interazione” tra detenuti al 41 bis e l’esterno e tra detenuti e esponenti della polizia penitenziaria. Anche se in Procura, a Palermo, si precisa anche che si tratta di episodi ben circoscritti e che non bisogna generalizzare. Resta, però, il fatto accertato di un sistema di carcere duro ma non troppo. In alcuni casi i locali individuati per i colloqui sarebbero stati talmente stretti da non garantire la presenza (e il controllo) da parte della polizia penitenziaria.
Ad Agrigento una guardia penitenziaria ha consentito non solo l’accesso, ma anche l’utilizzo di un telefono all’avvocato Angela Porcello, che doveva sostenere un colloquio telefonico con il suo assistito, il boss di Agrigento, Giuseppe Falsone, detenuto nel penitenziario di Novara. In un altra occasione, un altro agente di polizia penitenziaria dello stesso carcere, ha chiamato l’avvocatessa-boss, Angela Porcello, per preavvertirla che un suo assistito “l’indomani sarebbe stato trasferito in un altra struttura, via aereo”.
“Preoccupante” – così si esprimono i pm della Dda di Palermo – lo spazio di manovra che alcuni boss detenuti nel reparto del 41 bis del carcere di Novara. Nello specifico il capo della della provincia di Agrigento, Giuseppe Falsone, il capo mandamento di Trapani e del capo della famiglia di Gela, pur non condividendo lo stesso spazio di socialità, sfruttando queste inefficienze dei controlli, riuscivano ad entrare in contatto, dialogare tra loro e, in alcune occasioni, a scambiarsi informazioni. E inoltre finiscono per condividere anche lo stesso avvocato difensore – sempre Angela Porcello – per usufruire del ruolo di messaggero verso gli altri sodali, liberi e detenuti.
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]]>Documentata la costituzione di una nuova famiglia, quella “Zen-Pallavicino“, dotata di esplosivo al plastico e armi da guerra per assaltare portavalori e distributori di benzina e incassare denaro destinato ad affiliati e detenuti. Una potenza di fuoco che doveva servire anche a sopprimere i ‘cani sciolti’. Si sono però registrate forti tensioni tra i vertici designati dalla nuova Cupola ricostituitasi nel 2018 e i vecchi boss come Giulio Caporrimo.
Caporrimo, che durante la realizzazione dell’ambizioso cambiamento nell’assetto mafioso della provincia palermitana era detenuto, una volta riacquistata la libertà il 24 maggio 2019 si era scontrato con una nuova leadership. Si vedeva sottoposto alla direzione di un Francesco Palumeri che non riconosceva come suo leader e non riteneva all’altezza. A suo parere le decisioni violavano una delle regole principali dell’organizzazione: si è mafiosi fino alla morte e si mantiene il proprio incarico di vertice anche nel corso della detenzione. Caporrimo, quindi, aveva deciso di stabilirsi a Firenze per prendere le distanze da questa nuova organizzazione che era arrivato a definire non più come Cosa nostra, ma come “Cosa come ci viene. Io sono Cosa nostra e loro neppure li appoggio“.
L’organizzazione verticistica, quindi, si è trovata davanti a un ‘bivio’: accettare la ricostituita Cupola, oppure rimettere in discussione tutto attraverso i carismatici boss di un tempo tornati in libertà come Caporrimo. E in effetti, quest’ultimo, dopo avere trascorso un periodo di isolamento a Firenze, è rientrato a Palermo l’11 aprile 2020 riuscendo in poco tempo ad accentrare nuovamente su di sé le più delicate dinamiche dell’intero mandamento senza spargimenti di sangue che pure era disposto ad affrontare. Caporrimo, appoggiato dalla sua base mafiosa sul territorio (si sono rivelati suoi fedeli alleati Antonino Vitamia, capo della famiglia di Tommaso Natale, Franco Adelfio, di Partanna Mondello, e Cusimano, ai vertici della famiglia Zen/Pallavicino) ha dunque ripreso in mano le redini dell’intero mandamento mafioso, sino al suo ultimo arresto avvenuto con l’operazione “Teneo” nel giugno 2020.
È stata quindi registrata la nascita di una sua nuova articolazione: la famiglia mafiosa di Zen-Pallavicino, affidata alla gestione di Giuseppe Cusimano con l’aiuto di Francesco L’Abate, caratterizzata da problemi gestionali, dovuti all’esuberanza criminale e alla violenza di gruppi di persone che, non affiliate formalmente a Cosa nostra, hanno creato varie criticità sul territorio. Fra i tanti momenti di tensione si è registrato, lo scorso settembre 2020, un vero e proprio duello tra due gruppi armati (uno composto da Andrea e Carmelo Barone appoggiati da Cusimano), affrontatisi armi in pugno, in pieno giorno e in strada, esplodendo svariati colpi di pistola. Fatti che hanno indotto i vertici mafiosi a prendere provvedimenti nei confronti dei riottosi, meditando la soppressione di alcuni ‘non allineati’, sventati dagli investigatori.
Allo Zen i vertici mafiosi hanno anche tentato di accreditarsi quali referenti e benefattori in grado di fornire aiuti alla popolazione in tempo di Covid. Il boss Giuseppe Cusimano, infatti, presentandosi come punto di riferimento per le tante famiglie indigenti del quartiere, ha tentato di organizzare una distribuzione alimentare durante la prima fase di lockdown del 2020. Una circostanza, sottolineano gli investigatori, che dimostra come Cosa nostra “è sempre alla ricerca di quel consenso sociale e di quel riconoscimento sul territorio, indispensabili per l’esercizio del potere mafioso”.
Forte in tutto il mandamento di Tommaso Natale di Palermo, la pressione estorsiva ai danni di imprenditori e commercianti. Una morsa, come emerso nel corso dell’indagine culminata oggi nell’operazione dei carabinieri “Bivio”, coordinata dalla Dda del capoluogo siciliano, finalizzata, da una parte, a imporre i mezzi d’opera di alcuni affiliati mafiosi a tutti gli imprenditori impegnati in attività edili; dall’altra a riscuotere il pizzo in maniera capillare, pena incendi e danneggiamenti. Ricostruite 13 attività estorsive aggravate dal metodo mafioso (10 commesse e 3 tentate), nonché due danneggiamenti seguiti da incendio contro imprese. Hanno collaborato con gli investigatori, denunciando i fatti, cinque imprenditori.
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]]>L'articolo Maxioperazione anti-pedopornografia, arresti in tutta Italia proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
]]>Una maxioperazione anti-pedopornografia – denominata ‘Luna Park’ è in corso in tutta Italia, con l’impiego di oltre 300 uomini della polizia Postale che stanno eseguendo perquisizioni e arresti, in flagranza, in 53 province e 18 regioni.
Gli agenti, che hanno lavorato per diversi mesi sotto copertura su Telegram e WhatsApp, hanno smantellato 16 associazioni criminali ed identificato oltre 140 gruppi pedopornografici.
Due italiani coinvolti dell’operazione promuovevano e gestivano gruppi pedopornografici, organizzandone l’attività e reclutando nuovi sodali provenienti da ogni parte del mondo.
Quella della Postale di oggi è la più imponente operazione di Polizia degli ultimi anni contro la pedopornografia online.

E’ in questo variegato elenco la portata dell’operazione contro la pedopornografia online coordinata dalla procura di Milano e condotta dalla Polizia Postale di Milano e del Centro Nazionale per il Contrasto della Pedopornografia Online del Servizio Polizia Postale di Roma.
Sottolineano gli investigatori, che si sono avvalsi anche di agenti sotto copertura infiltrati per due anni nelle chat dei pedofili.
Dei 159 gruppi individuati dagli investigatori della Postale, gli investigatori, diretti dai procuratori aggiunti Eugenio Fusco e Letizia Mannella, hanno individuato 432 utenti attivi su gruppi e canali Telegram e WhatsApp “finalizzati alla condivisione di foto e video pedopornografici ritraenti vere e proprie violenze sessuali su minori, a volte anche neonati”.
Sedici erano “delle vere e proprie associazioni per delinquere, al cui interno era possibile distinguere promotori, organizzatori e partecipi, con ruoli e compiti ben definiti”.
In ogni “stanza” c’erano regole ben precise per limitare dal massimo l’esposizione e il possibile tracciamento da parte delle forze dell’ordine.

Appena c’era il sentore di un pericolo, l’utente veniva espulso dal gruppo. Il 35% degli 81 italiani indagati dalla Postale milanese si concentra tra Lombardia e Campania.
Tra questi ci sono un 71enne napoletano di professione ottico e con collaborazioni universitarie, e un 20enne veneziano disoccupato. I due sono ritenuti i promotori e gestori dei gruppi, attraverso i quali reclutavano altri complici da ogni parte del mondo.
Questo carattere di transnazionalità accomuna tutti i gruppi scoperti dagli agenti infiltrati. Sono infatti 351 gli utenti stranieri coinvolti nell’indagine, ognuno pedinato online fino all’individuazione.
Sono 15 le persone arrestate in flagranza dalla polizia postale nell’ambito dell’operazione ‘Luna Park’ contro vere associazioni criminali composte da centinaia di persone che si scambiavano foto e video pedopornografici attraverso le chat istantanee come Telegram e WhatsApp.
Gli abusi, in particolare, riguardavano prevalentemente bambine e bambini in tenera età e, in alcuni casi, anche neonati.
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]]>L'articolo Arrestato il professore Nivarra, è accusato di peculato e falso proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
]]>Il gip ha disposto arresti domiciiari su delega della Procura della Repubblica di Palermo e il sequestro preventivo di disponibilità finanziarie e patrimoniali.
L’oggetto del contendere sono i beni e i canoni di locazione di una fondazione, nata da un lascito testamentario, di cui Nivarra è stato amministratore provvisorio.
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]]>L'articolo Rapinava studentesse universitarie, arrestato “venditore di accendini” proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
]]>Come si legge su Live Sicilia, il suo modus operandi era questo: si avvicinava alle vittime, cercava di vendere loro gli accendini e non appena queste ultime si rifiutavano, le trascinava con forza nel sottopassaggio della metropolitana, derubandole di tutto ciò che possedevano. L’impresa è riuscita anche grazie al monitoraggio continuo del commissariato Porta Nuova che da tempo teneva sott’occhio la zona.
Un contributo importante è stato dato anche dai video girati dalle telecamere del dipartimento di Microbiologia, che hanno immortalato le fasi dei due colpi. L’uomo è stato sottoposto agli arresti domiciliari.
Foto Livesicilia
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