riflessioni Archivi - Younipa - Università, Lavoro e opportunità Notizie a voce alta: la tua Sat, 07 Nov 2020 13:52:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.4 https://www.younipa.it/wp-content/uploads/2025/03/favicon.webp riflessioni Archivi - Younipa - Università, Lavoro e opportunità 32 32 Imparare ad abitare la nostra casa, il nostro porto sicuro https://www.younipa.it/la-nostra-casa-il-porto-sicuro-imparare-ad-abitare/ Sat, 07 Nov 2020 10:30:52 +0000 https://www.younipa.it/?p=42717 Heidegger diceva che bisogna “imparare ad abitare”. Ma l’uomo per sua natura non è fatto...

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Heidegger diceva che bisogna “imparare ad abitare”. Ma l’uomo per sua natura non è fatto per abitare al chiuso.

L’uomo nasce dalla terra perché dalla terra si è generato. Si è costruito, tra la poltiglia e il fango, cercando provviste, sperimentando nuovi modi per proteggersi, facendo scoperta dell’ambiente naturale di cui era parte egli stesso. L’uomo, per sua natura, era esposto a rischi, pericoli, ai fattori climatici, ai cambiamenti di un mondo selvaggio sempre mutevole e mai al sicuro.

Con la casa, l’intera concezione dell’abitare cambia e ad oggi l’uomo ha abusato probabilmente di questa condizione di forte ristoro e protezione che quasi si lascia soffocare dall’ambiente domestico per la richiesta di troppa protezione. Oggi l’ambiente esterno risulta una minaccia per l’uomo moderno. Chiusi in casa per paura. Blindati come in un perenne coprifuoco!

Sentirsi a casa!

La casa è l’ambiente che più viviamo, che ci trasmette sicurezza, riparo, protezione. La casa, la nostra casa rappresenta un rifugio dalle ansie esterne. E’ il luogo perfetto dove poter coltivare i propri interessi, non solo prettamente lavorativi. La casa è il posto per svagarsi e rilassarsi, per recuperare le energie per i ritmi frenetici e stressanti di una vita immersa nel pubblico.

La casa è la nostra culla, quella che ci avvolge quando fuori il pericolo avanza. La casa è parte di noi! Non è una struttura di ferro e calcestruzzo priva di anima. La casa, la nostra casa è anima, siamo noi a renderla umana e siamo noi ad attribuirle il cuore pulsante di tutte le emozioni ad essa connesse.
La casa è legata alla memoria, ai nostri ricordi, alla fanciullezza, ai nonni che adesso che non ci sono più, alla nascita dei nostri fratelli, ai pomeriggi passati a studiare tra una merenda e un’altra.
La casa è come un libro pieno di pagine da leggere, dove in ognuna è impressa la traccia di un pezzetto di percorso di vita!

Cos’è oggi per noi CASA?

E allora perché adesso che siamo costretti a stare a casa, quasi ci lamentiamo e ci sentiamo soffocare? Come è cambiato il nostro senso del vivere e percepire la CASA?
Sono domande che molto spesso non ci poniamo, ma che hanno una fondata spiegazione che, probabilmente, risiede nella natura stessa dell’essere umano, come abitante del mondo!
Adesso desideriamo l’aria aperta, il parco, il mare, la campagna, il vento e la pioggia. Desideriamo esporci alla vita e ai rischi che al di fuori incombono.

Abitare il mondo

Oggi più che mai vorremmo abitare il mondo, non la casa, perché parte di noi è connessa al mondo, al di fuori delle mura domestiche.
Ma proprio adesso che la casa rappresenta il luogo più sicuro, noi sentiamo il bisogno di volerci liberare da questo guscio di protezione, da questo senso opprimente di riparo. Si ricerca quasi quel senso dell’esposizione al rischio, che da adrenalina inconsapevole alle nostre vite.

Una riflessione che ci dice tanto sulle nostre abitudini e sui nostri equilibri precari, che basta un nulla per mettere in crisi. Bisognerebbe rivedere il nostro concetto dell’abitare, dell’abitare casa in modo esclusivo, perché imparare ad abitare casa vuol dire anche imparare ad abitare il mondo.


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Quando tutto questo sarà finito, cambierà il concetto di normalità? https://www.younipa.it/quando-tutto-questo-sara-finito-cambiera-il-concetto-di-normalita/ Sat, 21 Mar 2020 12:33:19 +0000 https://www.younipa.it/?p=28928 Andremo più a vedere un concerto? “Viviamo un tempo difficile; l’emergenza coronavirus ci tiene inchiodati...

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Andremo più a vedere un concerto?

Viviamo un tempo difficile; l’emergenza coronavirus ci tiene inchiodati al contingente, al quotidiano, al presente e ci impedisce di volgere lo sguardo al futuro, impedendoci di proiettarci nel futuro, quando cioè l’emergenza sarà conclusa e si tornerà alla vita normale. Ed è proprio questa la domanda che mi pongo: quando tutto questo sarà finito, cambierà il concetto di normalità?


O meglio: ciò che consideravamo assodato, scontato, normale per l’appunto, lo sarà ancora domani?
Insomma: quanto questa emergenza, non solo sanitaria, ma anche sociale, cambierà il nostro modo di vivere, i nostri usi e i nostri costumi?
Non possediamo dati scientifici, statistici o empirici, per poter confutare questa nostra asserzione; ma è percezione diffusa che, ad emergenza conclusa, muterà radicalmente il nostro sistema delle relazioni sociali.
Siamo chiari: qui non si tratta, tanto per semplificare il concetto, del bacio, della stretta di mano o dell’abbraccio che siamo abituati a scambiarci quando ci incontriamo per strada, tipica manifestazione della solarità di noi siciliani.
No, qui la cosa è molto più complessa: questa crisi stravolgerà profondamente il nostro modo di vivere la comunità; i luoghi di aggregazione, deputati alla approfondimento culturale, alla vita politica, economica, accademica o più semplicemente eletti a luoghi di svago, non saranno più vissuti come ieri.


Per fare alcuni esempi: andremo nuovamente ad un concerto di Vasco Rossi, con la stessa spensieratezza di prima? Quando ci troveremo seduti nella stessa aula universitaria o a scuola, ci concentreremo solamente sulla lezione o ci chiederemo se il compagno di studi che abbiamo al lato è sano o soffra di una qualche forma di patologia?
Quando partiremo per le vacanze, scegliendo la meta turistica e l’offerta di soggiorno, lo faremo con lo stesso spirito di prima o ci potremo mille domande?
Sì badi bene: non mi pongo questi interrogativi per trasmettere, a me stesso prima che agli altri, sentimenti di ansia, di paura o di inquietudine, ma solo per prepararmi e prepararci ad un contesto globale ineluttabilmente destinato a cambiare profondamente il nostro modo di vivere.


Niente paura dunque!
L’uomo è animale abitudinario e per sua natura portato ad adeguarsi al tempo che vive. Noi, oggi, siamo chiamati ad affrontare una duplice sfida: sconfiggere un nemico invisibile ed insidioso, che mette a serio rischio la nostra vita; allo stesso tempo, però, dobbiamo prepararci alle sfide del futuro e della modernità.
Senza voler minimamente fare di tutta l’erba un fascio, o peggio scatenare una guerra fra generazioni (me ne guarderei bene!), tuttavia numerosi dati empirici, provenienti dai vari comuni che stanno affrontando l’emergenza coronavirus, provando a far applicare e rispettare con la massima rigidità i protocolli imposti dal governo e dalle autorità scientifiche per bloccare la curva del contagio, ci dicono una cosa importante: una quota assai preponderante della mobilità non concessa, non autorizzata, riguarda per lo più, soggetti in là negli anni, anziani.


Non saprei dare spiegazioni a questo dato; verosimilmente molti cittadini, i quali evidentemente hanno vissuto nel loro passato crisi di sistema altrettanto drammatiche, conseguenze, per esempio, di conflitti bellici, oggi in molti casi, non hanno ben compreso i rischi che si corrono ed escono con naturalezza e serenità degna di miglior causa, sfuggendo sovente alle regole del contenimento dei rapporti e delle relazioni sociali.
I giovani, al contrario, dimostrano ogni giorno di aver compreso quale significato profondo si celi dietro la frase “Io resto a casa“.
Prepariamoci dunque a sconfiggere il virus, ma allo stesso tempo gettiamo le basi per una riflessione, che renderà più agevole approcciarci insieme alle nuove dinamiche relazionali, che ci riguarderanno tutti.
Allo stesso tempo, credo sarà inevitabile proporre una rivisitazione, altrettanto radicale, del nostro “welfare”, certamente fra i migliori al mondo, per ampiezza della platea sociale tutelata e salvaguardata dallo Stato, ma contestualmente bisognevole di una profonda revisione, che tenga seriamente conto delle esigenze del tempo che stiamo vivendo che, come detto all’inizio di questa riflessione, ha messo in discussione le nostre certezze, denunciando la nostra fragilità, come uomini e come comunità.

Simone Di Paola

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Essere o non essere… persone o individui… https://www.younipa.it/essere-o-non-essere-persone-o-individui/ Wed, 04 Jun 2014 22:03:42 +0000 https://www.younipa.it/?p=13897 Il titolo dell’articolo è l’espressione di una domanda che a mio avviso è “fondamentale”, una...

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Il titolo dell’articolo è l’espressione di una domanda che a mio avviso è “fondamentale”, una domanda “fondativa” del nostro essere. Cosa significa scegliere di essere o non essere, persona o individuo? Se la domanda riguardasse semplicemente la possibilità di essere o non essere, la risposta, probabilmente sarebbe più semplice (per modo di dire) da trovare, ma la differenza tra persona ed individuo riguarda tutti noi, la nostra società e il nostro modo di essere tra noi e nei confronti degli altri.

Per cercare di capirci nell’immediato e cogliere il senso più profondo di questa distinzione proverò a darvi un indizio: se vi dicessi che la nostra società è una società fondata sull’individuo e non sulla persona? Se vi dicessi che la nostra società è individualistica ma del concetto di persona sembra non fregargliene niente a nessuno? Eh si, il concetto di individuo, punta ad una autoesaltazione dello stesso; oggi la società ci dice di essere innanzi tutto “individui”, dobbiamo essere i migliori, primeggiare su tutto e su tutti, siamo autoreferenziali, poco ci importa di chi ci sta attorno, perché siamo noi il centro dell’universo conosciuto ed ahimè anche sconosciuto.

Guai a rimanere indietro; per me che sono “individuo” è fondamentale essere il primo, poi di chi rimane dietro poco mi importa, anzi, chi resta indietro potrebbe per me rappresentare un rallentamento e quindi farne a meno sarebbe anche meglio. L’individuo è per sé, ma non per gli altri, i quali, anzi, vengono visti come “nemici” ed “impaccio” per le proprie realizzazioni.

La società individualistica è una società di “pescecani” è una società in cui l’individuo, proprio perché autoreferenziale, sostituisce il proprio “Io” anche a Dio, perché non crede ci possa essere nulla al di sopra di lui. L’individualismo è secondo me l’inizio della fine di una società; pensare solo a se stessi non è strada che “spunta”, pensare solo ad esaltare il proprio ego non è semplicemente un atto di arroganza ma rappresenta la morte di ciò che è linfa vitale per gli uomini, ossia il “confronto”.

A confrontarsi con gli altri è invece la “persona”; è la persona che coglie il senso del proprio essere non in se stesso ma nel rapporto con l’altro, nella convinzione che senza l’altro io realmente non sono, il mio “Io” si completa necessariamente con l’altro. Il rapporto con l’altro allora non è visto più come limitativo o come “palla al piede” ma motivo di crescita. La “persona” cerca, per questi motivi, di non lasciare indietro nessuno.

Attenzione, qualcuno potrebbe obiettare che la persona non è “competitiva” a differenza dell’individuo; io rispondo che è esattamente il contrario; la competizione è proficua se si confrontano “persone” vogliose di crescere e migliorarsi; la competizione ha senso solo tra persone e non fra individui. È la persona che si “apre” al mondo, cerchiamo allora di uscire fuori dagli schemi dell’esasperato individualismo, apriamoci agli altri, apriamoci al mondo, cerchiamo la persona che è in noi è sostituiamola al nostro individualismo.

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