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]]>L’aggressione sarebbe avvenuta all’alba del 2 giugno dell’anno scorso e adesso, su disposizione del gip Piergiorgio Morosini uno degli stranieri, A. E., 28 anni, è finito in carcere. L’altro, F. M., 23 anni, difeso dall’avvocato Salvatore Petronio, è invece irreperibile.
Il giudice ha accolto la richiesta di custodia cautelare del procuratore aggiunto Annamaria Picozzi e del sostituto Luisa Bettiol, che coordinano le indagini sul caso. La presunta vittima a dicembre è tornata a Palermo con la madre per l’incidente probatorio in cui in lacrime e molto provata ha ripercorso i terribili momenti di quella serata, riconoscendo i due indagati. Nelle sue parole anche l’amarezza per aver dovuto lasciare una bella città, che le aveva dato tanto sia umanamente che in relazione allo studio, in un modo così brutale e inaspettato.
In base al suo racconto, quei giorni di primavera erano gli ultimi che passava a Palermo dopo diversi mesi. Il pomeriggio la studentessa sarebbe stata con degli amici e poi la sera ai Candelai assieme ad altri conoscenti, spagnoli e non. Avrebbe bevuto e anche ballato assieme a uno dei suoi presunti aggressori. Dopo una notte di festeggiamenti, all’alba il gruppo di ragazzi aveva deciso di rientrare a casa.
La studentessa avrebbe fatto il tratto di strada fino al Teatro Massimo assieme ai due africani e a una coppia di amici spagnoli. Questi ultimi, abitando da quelle parti, l’avevano poi salutata e lasciata andare via con gli indagati. Gli investigatori, attraverso le telecamere di sorveglianza, sono riusciti a ricostruire tutto il percorso fatto dalla ragazza. Secondo i difensori, l’andatura dei tre non sarebbe regolare, barcollerebbero. La giovane spagnola ha spiegato che era invece lucidissima, ma che le si sarebbe rotto un tacco.ù
Le immagini riprenderebbero anche il momento in cui, assieme ai due giovani, sarebbe salita nel palazzo di via Sammartino in cui abitava. Sempre in base alla versione della vittima, avrebbe offerto qualcosa da bere ai due e poi li avrebbe mandati via. Sarebbe stata stanca, ma perfettamente presente a se stessa. Sostiene poi che all’improvviso si sarebbe ritrovata i due addosso, che l’avrebbero immobilizzata e violentata a turno, prima di scappare. Lei avrebbe provato a gettare dell’olio bollente su di loro dal suo balcone, senza però riuscire a colpirli.
La studentessa il giorno dopo avrebbe confidato l’accaduto ad un’amica e nei giorni successivi era andata al pronto soccorso (i medici avrebbero rilevato graffi sul suo corpo, ma non i segni di una violenza sessuale) e aveva anche denunciato lo stupro. Subito erano state avviate le indagini e la ragazza aveva riconosciuto lo straniero che è stato arrestato e che sarebbe identificabile anche dalle immagini delle telecamere di sorveglianza. Sull’altro, invece, avrebbe avuto inizialmente dei dubbi.
Secondo gli avvocati ci sarebbero delle ombre e dei punti poco chiari nel racconto della vittima: non si comprende come gli indagati sarebbero rientrati in casa dopo che lei li avrebbe accompagnati alla porta o come, per esempio, la ragazza possa aver avuto il tempo di riscaldare dell’olio per gettarlo addosso ai due in fuga.
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]]>L'articolo Dal Giappone il cappotto che ti abbraccia proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
]]>Niente paura, ci pensa Riajyuu Coat ed è la giacca che ti… abbraccia!
Il cappotto è fatto per le persone con carenza di affetto ed è stato inventato da Maito Omari, ricercatore della giapponese Università di Tsukuba, chiamata anche Like a Hug che, tradotto in italiano, letteralmente sta per un abbraccio.
Si allaccia a una cintura ben stretta in vita e ci sono anche delle cuffie a corredo.
Perché? Semplice, sentiremo presto sussurrare una voce che dice «Mi dispiace, mi stavi aspettando?», poi l’abbraccio. Il ricercatore ha detto di essersi ispirato al suo senso di solitudine dopo che la fidanzata lo aveva lasciato.
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