Rubinetti a secco e debiti milionari, ma AICA regala borracce: l’ultimo insulto ai cittadini di Agrigento

AICA distribuisce borracce mentre Agrigento resta senz’acqua: è questa la priorità? C’è una domanda...

AICA distribuisce borracce mentre Agrigento resta senz’acqua: è questa la priorità?

C’è una domanda che nessuno può più evitare: com’è possibile che in una provincia dove migliaia di cittadini convivono con rubinetti a secco, turnazioni, autobotti e disagi quotidiani, l’azienda idrica pubblica finisca al centro delle polemiche per iniziative di immagine?

Il caso delle borracce legate alla visita di Papa Leone a Lampedusa diventa così il simbolo perfetto di una contraddizione più grande: da una parte la comunicazione, il gadget, il messaggio istituzionale; dall’altra un servizio idrico fragile, debiti milionari, prestiti regionali e cittadini che continuano a pagare bollette senza avere un servizio degno di questo nome.

Il punto non sono le borracce. Il punto è il contesto

Una borraccia, in sé, non manda in crisi un’azienda idrica. Sarebbe ridicolo sostenerlo.

Ma in politica e nella gestione dei servizi pubblici il simbolo pesa. E pesa ancora di più quando arriva mentre AICA è da mesi dentro una crisi finanziaria pesantissima.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche, l’azienda idrica agrigentina si trova esposta per decine di milioni di euro, con debiti verso Siciliacque, tensioni sui pagamenti, rischi di pignoramenti e interventi della Regione per evitare il collasso.

Allora la domanda diventa legittima: era davvero il momento di puntare su iniziative di comunicazione?

Una crisi che pagano sempre i cittadini

La Regione Siciliana è intervenuta con una prima tranche da 10 milioni di euro per consentire ad AICA di pagare parte dei debiti verso Siciliacque. Ma quei soldi non sono un regalo.

Sono un’anticipazione. Un prestito. Risorse pubbliche che dovranno essere restituite.

E se AICA non riuscirà a rispettare il piano di rientro, il peso rischia di ricadere sui Comuni consorziati e, alla fine, sui cittadini.

Tradotto: chi oggi resta senz’acqua potrebbe domani pagare anche il conto dei debiti.

Acqua pubblica o buco pubblico?

AICA era nata come promessa di riscatto dopo la stagione tormentata della gestione privata. Doveva rappresentare il ritorno dell’acqua pubblica, il modello consortile, la gestione vicina ai territori.

Ma oggi il rischio è che quella promessa si trasformi in una domanda amara:

l’acqua è davvero pubblica se i cittadini pagano, la Regione tampona, i Comuni rincorrono i debiti e il servizio resta intermittente?

La gestione pubblica non si difende con gli slogan. Si difende con bilanci in ordine, trasparenza, manutenzioni, contatori installati, bollette corrette, riscossione efficiente e acqua nei rubinetti.

Il nodo Siciliacque

Al centro della vicenda c’è il rapporto con Siciliacque, società che fornisce acqua sovrambito e verso cui AICA ha accumulato una pesante esposizione debitoria.

Qui si gioca una partita decisiva: se AICA non paga, rischia il blocco finanziario; se la Regione interviene, usa soldi pubblici; se i debiti restano, la pressione può tradursi in tariffe più alte, piani di rientro e nuove tensioni sui Comuni.

È un circuito vizioso: l’acqua manca, i debiti crescono, le tariffe aumentano, la fiducia crolla.

Le domande che AICA deve chiarire

Per evitare che la vicenda delle borracce diventi l’ennesimo caso di comunicazione maldestra, AICA dovrebbe chiarire pubblicamente alcuni punti:

  1. Quanto è costata l’iniziativa?
  2. Chi l’ha finanziata?
  3. Esiste una delibera o un atto amministrativo?
  4. Sono stati usati fondi propri, sponsor o risorse dedicate?
  5. Qual è oggi l’esposizione debitoria aggiornata?
  6. Qual è il piano reale per evitare nuovi interventi regionali?
  7. Come si intende impedire che il peso cada su tariffe e cittadini?

Sono domande semplici. E proprio per questo pesanti.

Prima l’acqua, poi il merchandising

In una provincia normale, una borraccia promozionale sarebbe un dettaglio.

In provincia di Agrigento, oggi, diventa una provocazione involontaria.

Perché dove l’acqua arriva a giorni alterni, dove intere famiglie si organizzano con serbatoi e autobotti, dove il tema idrico è emergenza sociale prima ancora che amministrativa, ogni gesto comunicativo deve essere misurato con il metro della realtà.

E la realtà dice che la priorità non è distribuire contenitori d’acqua.

La priorità è garantire l’acqua.

La Regione non può limitarsi a prestare soldi

Anche la Regione deve rispondere a una domanda politica chiara: fino a quando continuerà a tamponare le crisi finanziarie dei gestori senza imporre una svolta strutturale?

Prestare milioni può evitare il collasso immediato. Ma non risolve il problema se ogni pochi mesi serve una nuova boccata d’ossigeno.

Serve un controllo vero su AICA, su ATI Idrico, sui Comuni morosi, sulla riscossione, sulle reti, sulle perdite, sui contratti e sui rapporti con Siciliacque.

Perché altrimenti il rischio è sempre lo stesso: socializzare le perdite e privatizzare le responsabilità.

Una questione di rispetto

La vicenda delle borracce non va letta come una polemica minore.

È una questione di rispetto verso chi paga le bollette, verso chi vive con l’acqua razionata, verso chi non capisce perché una provincia ricca di problemi idrici debba ritrovarsi anche dentro un labirinto di debiti, prestiti e scaricabarile istituzionali.

AICA può e deve spiegare.

La Regione può e deve vigilare.

I Comuni possono e devono assumersi le proprie responsabilità.

Ma i cittadini hanno diritto a una cosa prima di tutte: aprire il rubinetto e trovare acqua.

Tutto il resto, borracce comprese, viene dopo.