L'articolo Covid, nell’ultimo mese 101mila occupati in meno: 99mila sono donne proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
]]>Un gap enorme, che desta preoccupazione, tanto che c’è chi parla di emergenza per l’occupazione femminile.
Nel 2020 il tasso di occupazione femminile è quello che ha conosciuto le flessioni maggiori. Rispetto a dicembre dell’anno scorso, infatti, ci sono 444mila lavoratori in meno. 312mila sono donne.
A spiegare i nuemri scioccanti l’ISTAT all’Huffington Post: “I report mensili non scendono nel dettagli per avere un quadro completo dovremo attendere marzo, quando arriveranno i dati dell’ultimo trimestre del 2020. Per adesso possiamo dire che questa crisi ha colpito principalmente gli autonomi e i lavoratori a tempo determinato. E ha inciso negativamente sull’occupazione femminile. Basti pensare che le donne occupate a dicembre 2020 erano il 3,2% in meno rispetto a dicembre 2019. Mentre gli uomini occupati in riferimento allo stesso periodo erano l′1% in meno”.

Si intravede una grande sproporzione tra i uomini e le donne che hanno perso il lavoro. Tra l’occupazione delle donne e quella degli uomini può essere restituita dal confronto con i dati di dicembre e i report dei due mesi precedenti. A novembre 2020, per esempio, c’era stato un aumento dell’occupazione rispetto a ottobre.
Quella maschile era aumentata del doppio rispetto a quella femminile: 42mila lavoratori in più contro il +21mila delle lavoratrici. Il contesto è diverso da quello di dicembre che conosce solo il segno meno. Ma anche a novembre era evidente il maggiore svantaggio delle donne nel trovare o conservare un’occupazione. Anche se, come è possibile vedere con i dati Istat, le proporzioni sono del tutto differenti rispetto a quelle dell’ultimo mese del 2020.
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]]>L'articolo Tra lavoro che non c’è e studentesse che si prostituiscono: la Legge Merlin va abolita? proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
]]>Certo che sì. Partiamo, infatti, dai numeri del Rapporto sul mercato del lavoro, realizzato da Confartigianato e diffusi ieri. Innanzitutto, in Italia la percentuale di under 25 che studiano e al contempo lavorano è appena del 2,2 percento, a fronte della media del 14 percento dei Paesi dell’Unione Europea a 27 membri.
E ancora: 2.434.700 sono i giovani under 30 che non studiano e non lavorano. In più, il 17,1 percento dei ragazzi italiani tra i 18 e i 24 anni abbandona prematuramente percorsi di istruzione e formazione, a fronte della media del 12,8 percento dell’Eurozona.
Insomma, il divario tra l’Italia e il resto d’Europa è abissale ed allarmante.
E arriviamo alla notizia di ieri, pubblicata su varie testate locali e regionali: la scoperta di un centro benessere, all’interno del quale si prostituivano anche studentesse universitarie, oltre che casalinghe, con tariffe per le prestazioni sessuali che variavano dai 50 ai 100 euro.
Ora, è evidente che soprattutto le donne italiane non si prostituiscano per scelta o perché schiavizzate (come, purtroppo, avviene in relazione alle extracomunitarie) ma per necessità economica.
Meno posti di lavoro, infatti – dal marzo 2013 al marzo 2014 se ne sono andati in fumo 340 al giorno – corrispondono a meno opportunità lecite per le studentesse di mantenersi all’Università e per permettersi un livello di vita decente. E la prostituzione, per alcune, diventa una via purtroppo da percorrere.
In conclusione, una provocazione, visto che non possiamo aspettarci chissà cosa dalla politica, almeno nel breve periodo; e visto che la prostituzione italiana è un fenomeno sociale crescente, a tal punto che si registrano emigrazioni di donne in Stati dove è lecita (come la Svizzera): voi riaprireste le “Case Chiuse”, abolendo la Legge Merlin?
Non tanto perché così i proventi della prostituzione diventerebbero tassabili o per il miglioramento delle condizioni igieniche sia delle prostitute che dei clienti; quanto per tutelare chi, prima di ogni cosa, è vittima di un’emergenza lavorativa senza precedenti.
Per quanto mi riguarda, io sarei per l’abolizione della prostituzione come “consuetudine” in sé ma ci sono uomini, purtroppo, a cui è difficile inculcare che la dignità fisica di una donna è sacrosanta e che un essere umano non dovrebbe comportarsi come una bestia mossa solo dall’istinto.
Questo, però, è un altro discorso…
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]]>L'articolo Condizione occupazionale dei laureati? “Difficoltà a entrare nel mondo del lavoro e stipendi bassi” proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
]]>Insomma i giovani, qualunque sia il loro livello di istruzione, incontrano moltissime difficoltà nell’inserirsi nel mondo del lavoro. E allora? Non conviene più andare all’università? Secondo il rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati 2014, la percentuale di disoccupazione a un anno dal conseguimento del titolo fra i laureati triennali rispetto all’anno scorso è aumentata di quasi 4 punti, arrivando al 26,5 per cento, mentre fra quelli magistrali è passata dal 21 al 23 per cento.
Un incremento dal 21 al 25 per cento si è verificato anche tra i laureati magistrali a ciclo unico, segno che percorsi di studio come Medicina, Architettura, Veterinaria e Giurisprudenza non sono più scelte così “sicure”.
Ma chi riesce a trovare un’occupazione quanto porta mensilmente a casa? A un anno dal titolo i laureati triennali guadagnano in media 1.003 euro (-5 per cento rispetto all’anno scorso), quelli magistrali 1.038 (-3 per cento) e quelli a ciclo unico 970 (-6 per cento). E nel quinquennio 2008-2013 le retribuzioni reali sono diminuite per tutti di circa il 20 per cento.
Non tutto il male vien per nuocere, si dice. E così la stima migliora decisamente nel lungo periodo. Il tasso di disoccupazione, a cinque anni dalla laurea, è dell’8 per cento per i laureati triennali, dell’8,5 per i magistrali e del 5 per cento per quelli a ciclo unico. Non prima, però, di aver superato ostacoli e subito porte in faccia.
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]]>L'articolo “Devo sbrigarmi e andare via…” proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
]]>Come e dove si può trovare lo stimolo a fare qualcosa quando ogni mattina leggendo i quotidiani ti accorgi di vivere in un paese ingrato che di giovani laureati non ne vuole più?
«Devo sbrigarmi e andare via»: è questo l’unico pensiero che t’invita a finire gli studi. Volare verso un paese pronto ad accoglierti per quello che sei e per quello che ti piace fare. Le difficoltà fa affrontare non saranno poche, ma almeno hai la speranza di farcela, vedi uni spiraglio di luce in fondo al tunnel.
Niente festeggiamenti, niente regali alla fine del percorso. Soltanto un biglietto aereo per un posto migliore di quello da dove sei partito.
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]]>L'articolo “Numero chiuso alla Facoltà di Psicologia”, la proposta di Calvani proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
]]>«Punti qualificanti del programma con cui mi sono presentato alle elezioni dell’Ordine sono la formazione degli oltre 1800 iscritti e la diffusione della cultura della qualità delle prestazioni professionali – prosegue Calvani -; io, con il nuovo consiglio, mi impegnerò a garantire e rinnovare i servizi per i colleghi della nostra regione e a promuovere la professione in tutte le sedi istituzionali. La formazione passerà dalla collaborazione fattiva con l’Università degli Studi di Trieste e i quattro istituti regionali che erogano una formazione specifica in materia. La centralità della persona nella professione dello psicologo rende indispensabile creare un dialogo fra l’Ordine e la comunità in cui si opera per interpretare al meglio le esigenze di tutti, pazienti e tessuto sociale».
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]]>L'articolo In Sicilia 400 mila neet, giovani che non studiano e non lavorano proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
]]>Il quadro, sconfortante, lo fornisce Michele Pagliaro, segretario generale della Cgil Sicilia, intervistato nel corso di un Forum promosso dall’agenzia Italpress. Secondo il leader sindacale, per ripartire «É necessario che il dibattito politico torni a guardare ai contenuti, a quella realtà dalla quale è sempre più scollato».
«In una regione in cui si contano circa 400 mila Neet, quasi quanto l’intera Francia, credo che un serio sistema di formazione professionale sia quantomeno necessario“, afferma Pagliaro. Un dato che, secondo il leader regionale della Cgil, dovrebbe far riflettere sul ruolo della formazione, “ridotta invece per decenni a sistema clientelare».
«Al fianco di questo numero – prosegue Pagliaro – trova posto un altro fenomeno allarmante: l’emigrazione giovanile è tornata ad essere un problema, con circa 50 mila giovani che ogni anno lasciano l’Isola. Il fatto che a partire siano poi i giovani più scolarizzati preoccupa ulteriormente, perché restano gli sfiduciati, mentre le energie migliori vanno via».
Se da una parte il sindacato confederale si dice preoccupato per il dramma che migliaia di giovani vivono in Sicilia, dall’altra le cose non sembrano andare meglio guardando all’universo dei lavoratori dipendenti.
«Sono circa 100 mila – denuncia la Cgil – i lavoratori coinvolti nelle vertenze sindacali in Sicilia, con una situazione che è trasversale tra pubblico e privato».
Senza contare l’assoluta mancanza di garanzie in cui versano le migliaia di precari della pubblica amministrazione. «Sarà difficile – sottolinea il sindacalista – che il decreto firmato dal ministro D’Alia da solo possa dare delle risposte in Sicilia, a meno che non intervenga una rivisitazione dei vincoli del patto di stabilità».
«Nel secondo trimestre del 2013, rispetto allo stesso periodo del 2012, sono andati in fumo 84 mila posti di lavoro, di cui 26 mila in agricoltura, 17 mila nell’edilizia, 40 mila nel settore terziario – osserva Pagliaro -. Un dato drammatico che racconta come gli effetti devastanti della crisi si stiano vedendo adesso. Negli anni della recessione, la Sicilia ha perso un terzo della sua capacita’ produttiva a livello industriale. Senza contare gli altri indicatori: le cifre degli ammortizzatori sociali in deroga, ad esempio, ci parlano di oltre 20 mila siciliani coinvolti».
Secondo Pagliaro, per uscire dallo stallo «bisogna guardare alle singole criticità, agire prima che la vertenza diventi emergenza. Si fa presto a dire che viviamo in una splendida terra, ma il brand “Sicilia” aspetta ancora le attenzioni della politica. Attendevamo il 2010 come se la Sicilia, in occasione dell’area di libero scambio, dovesse diventare la piattaforma dell’Europa e del Mediterraneo e invece il tema delle infrastrutture e della mobilita’ mostra una pessima immagine di questa regione».
È proprio dai cantieri e dalle infrastrutture che secondo l’organizzazione sindacale bisogna ripartire: «Ma per farlo è necessario che il dibattito politico torni a guardare ai contenuti, a quella realtà dalla quale è sempre più scollato. Soltanto a quel punto, magari – conclude Pagliaro -, potrà servire un rimpasto che, individuati i contenuti, indichi le persone che dovranno guidare i singoli settori».
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]]>L'articolo Disoccupazione giovanile: in tre anni un milione di posti di lavoro bruciati proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
]]>Una riflessione che, oggi, sembra assumere contorni drammatici. La disoccupazione giovanile è, infatti, uno dei mali della nostra società.
Sono tanti gli universitari che, dopo aver terminato la carriera accademica, non riescono a trovare un’occupazione stabile e sono costretti a vagare tra le strade in qualità di promoter o stabilirsi nelle stanze chiuse di call center mal pagati.
Già perché, oggi, il posto fisso sembra essere diventato appannaggio dei “privilegiati”.
Tra il 2010 e il 2013 il numero degli under 35 al lavoro è passato da 6,3 a 5,3 milioni: un milione di posti di lavoro bruciati in tre anni. A fornire dati e classifiche certe sul secondo trimestre del 2013 è come sempre l’Istat.
Il quadro sembra acuirsi nella fascia tra i 25 e i 34 anni, ovvero l’età nella quale ha terminato gli studi anche chi ha deciso di continuare con specialistica e master. Nel secondo trimestre 2013 lavoravano appena 4,329 milioni di persone contro i 5,089 milioni di solo tre anni prima.
Il tasso di occupazione ha subito un crollo dal 65,9 al 60,2. Solo 6 persone su 10, stando alle informazioni dell’Istat, lavorano nell’età attiva per eccellenza. E se per i giovani del Mord la situazione è ancora accettabile con l’81,4 per cento al lavoro al Sud appena il 51 per cento dei ragazzi della fascia in questione è occupato.
I disoccupati tra i giovani adulti sono così passati da 670 mila a 935 mila.
E così al termine di studi, tesi e festeggiamenti di routine sorge spontanea una domanda: «E adesso che faccio? Come posso entrare nel mondo del lavoro senza raccomandazioni e spintarelle?».
Beh…una cosa è certa.
Lavorare al giorno d’oggi sembra essere diventata un’impresa più impossibile che ardua…
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]]>L'articolo Università e lavoro: nel pubblico impiego porte chiuse ai laureati proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
]]>Vacilla anche il mito del posto fisso: sempre ad un anno dalla laurea, sono più i precari dello Stato (il 39%) rispetto a quelli che operano nel privato (il 28%). Un dato, quello della lunga precarietà cui sono condannati i nostri “colletti bianchi”, su cui pesano tanto le decine di migliaia di supplenti della scuola non immessi in ruolo malgrado la presenza di posti liberi e precise raccomandazioni Ue sulla stabilizzazione del personale che ha prestato servizio per oltre 36 mesi.
Ma non finisce qui. Perché a cinque anni dal termine degli studi accademici il gap tra privato e Stato diventa ancora maggiore: il lavoro stabile riguarda il 71% dei laureati occupati nel privato e appena il 34% dei colleghi del pubblico impiego. Inoltre, in entrambi i casi gli stipendi sono davvero miseri: in media attorno ai 1.200 euro lordi (con un +3% nel pubblico rispetto al privato).
Questi dati davvero sconfortanti, presentati da Almalaurea, hanno un doppio significato: innanzitutto che non bisogna più illudere i giovani, spiegandogli che lavorare nello Stato è un risultato raggiungibile da pochi eletti; in secondo luogo che la crisi economica, nazionale ed internazionale, complice l’inerzia dei Governi italiani, ha “svuotato le casse pubbliche”.
«Si tratta di dati lavorativamente drammatici – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – perché significa che i nostri governanti rinunciano alle alte professionalità. Facendo arretrare il Paese di centinaia di anni. Perché mentre al tempo di Federico II l’Università serviva per formare giustizieri e giudici del Regno delle due Sicilie, oggi lo Stato abbandona al loro destino i giovani che hanno puntato sull’alta formazione: invece di assumerli in base al merito, chiude la porta ai concorsi perché non c’è più posto. Anche perché negli ultimi 10 anni proprio nella pubblica amministrazione ne sono stati cancellati ben 360mila. E chi va in pensione, quando ci riesce, non viene più sostituito».
Secondo Anief-Confedir, il rapporto Almalaurea sul futuro professionale dei nostri laureati rappresenta quindi un brutto spot per tenere lontani dagli atenei gli studenti diplomati. E che va a incidere su un quadro già a dir poco deprimente: gli ultimi dati ufficiali internazionali indicano, infatti, che fra i giovani italiani i laureati di età 25-34 anni sono appena sopra il 20%, contro la media dei paesi Ocse superiore al 35% (il 38 nel Regno Unito, il 41 in Francia, il 42 negli Stati Uniti, addirittura il 55 in Giappone).
Nella fascia di età 30-34 anni, strategica per realizzare la società della conoscenza e per competere a livello internazionale, il quadro non è molto diverso: la presenza di laureati in Italia non raggiunge il 20%. È tutto dire che l’obiettivo strategico che la Commissione Europea ha individuato come mèta da raggiungere entro il 2020 sia il 40% della popolazione di 30-34 anni laureata. Una soglia per noi quasi impossibile da centrare, almeno nel breve periodo, ma che hanno già incamerato metà dei paesi dell’UE.
«E in Italia che facciamo? Invece di incentivare le iscrizioni all’Università, attraverso una seria riforma – sostiene il sindacalista Anief-Confedir – riduciamo le quote di fondi ordinari rivolte agli atenei e diamo la possibilità ai senati accademici di alzare le tasse d’iscrizione. Ma non basta: ora si scopre anche che lo Stato assorbe solo in minima parte i giovani che si sono formati e specializzati ai massimi livelli».
«Bisognerebbe allora chiedere al ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca – continua Pacifico – per quale motivo non avvii in fretta una seria riforma per valorizzare il titolo accademico, anziché tentare di abolirne il valore legale. Ai fini pure di una sua migliore spendibilità, a partire della pubblica amministrazione. La vediamo invece intenta a soffermarsi sul primato italiano della fuga dei cervelli italiani all’estero, la cui causa va collegata proprio alle scarse opportunità che il nostro paese offre ai suoi giovani. Opportunità che non hanno quelli particolarmente meritevoli, ma anche i tanti laureati che chiedono semplicemente un lavoro. Magari come impiegati pubblici».
Comunicato Stampa di Anief
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]]>L'articolo Prestiti per l’università come in Usa, ma c’è rischio default proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
]]>A causa dell’ingente crisi economica e della sensibile riduzione del potere d’acquisto non tutte le famiglie possono mettere tranquillamente a budget cifre simili per un buon numero di anni. E l’erogazione di borse di studio a livello nazionale si fa sempre più esigua di anno in anno. Sempre più giovani in tutta Europa pertanto, seguendo il modello Usa, ricorrono a prestiti per finanziare i propri studi.
In America, dove il costo della cultura è di gran lunga più elevato, tale pratica è molto diffusa. Le università pubbliche, finanziate in parte dal governo regionale, sono di norma accessibili soltanto a residenti dello Stato in questione, con un costo che mediamente varia tra i 15.000 e i 25.000 dollari annui. Nel caso delle università private, poi, i prezzi raddoppiano: dai 35.000 a 55.000 dollari annui. Per una laurea oltre oceano si può arrivare a spendere fino a 220.000 dollari, includendo spesso il vitto e l’alloggio. Cifre spaventose rispetto alla realtà italiana, dove una laurea alla Bocconi intorno ai 10.000 euro annui, se non si fruisce di borse di studio, è considerata cara.
È sempre più vicina, però, l’onta di una falla colossale nel modello americano: la sezione di New York della Federal Reserve ha, infatti, recentemente stimato in mille miliardi la mole di questo debito, rispetto al quale sta anche aumentando il tasso di insolvenza. I mutui degli studenti hanno alcune caratteristiche in comune.
Ma vediamo i rischi di questo sistema da vicino. La restituzione del debito contratto comincia solo dopo sei mesi dalla fine degli studi, il che non è stato un problema fino a quando la maggior parte dei laureati riusciva a trovare un lavoro, ben pagato, entro tre mesi dalla fine del percorso universitario. Al momento, però, i tassi di disoccupazione, sia europei che americani, sono alle stelle e, anche per i neolaureati, è sempre più difficile trovare un posto fisso che permetta di pagare le rate del mutuo, un affitto e garantire a se stessi e alle proprie famiglie uno stile di vita dignitoso. Precariato, carenza cronica di lavoro e pochissimo capitale con cui fronteggiare le spese quotidiane, dunque, sono alla base del crac.
In Italia il sistema è molto diverso, anche perché l’onere degli studi è molto ridotto rispetto agli Stati Uniti. Piuttosto che vere e proprie erogazioni di liquidità sono delle aperture di credito contenute nei conti correnti a fare da padrone. È l’università, inoltre, a fare da garante, in base a un accordo con gli istituti di credito e con gli studenti stessi, che devono ad esempio mantenere una certa media. Tuttavia Federconsumatori ha calcolato che l’onere per gli studi ammonti a circa nove mila euro pro capite all’anno, cifra che per molti oggi è proibitiva e può richiedere l’intervento delle banche.
Anche in questo caso, dunque, c’è il rischio che il debito accumulato sia troppo pesante da fronteggiare. Un vero e proprio salasso, che porge un interrogativo spontaneo: quanto conviene indebitarsi fino al collo per un diritto allo studio che dovrebbe essere universale?
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]]>L'articolo Lavoro post laurea, AlmaViva: “Più donne disoccupate” proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
]]>A presentare il solco profondo presente nell’ambito della differenza di genere è il nuovo Rapporto AlmaLaurea, anticipato l’8 marzo in occasione della festa della donna. Lo studio, comunque, sarà delineato ed esposto con più precisione martedì 12 marzo presso l’università Ca’ Foscari di Venezia in occasione del convegno Investire nei giovani: se non ora quando?
Il divario occupazionale e retributivo tra uomini e donne segnala quanto queste ultime siano penalizzate nel mondo del lavoro.
Soprattutto le donne laureate con figli sono quelle maggiormente colpite: lavorano e guadagnano meno rispetto alle altre.
Si tratta, secondo il direttore di AlmaLaurea, Andea Cammelli, di un «segnale del persistere di un ritardo culturale e civile del Paese».
Entrando nel dettaglio del rapporto, ad un anno dalla laurea, gli uomini che lavorano sono il 63%, le donne il 55,5%, con una differenza del 7,5%.
Gli uomini che possono contare su un lavoro stabile sono il 39%, contro il 30% delle donne, registrando, inoltre, la possibilità di una retribuzione maggiore rispetto alle donne: 1.220 euro mensili contro 924 euro. Le donne che si dichiarano alla ricerca di lavoro sono il 32% contro il 24% degli uomini.
Si confermano nella misura del 6% i punti di differenza tra uomini e donne a cinque anni dalla laurea: su 100 lavorano 83 donne e 89 uomini.
A poter contare, invece, su un lavoro sicuro sono soltanto il 66% delle donne e l’80% degli uomini.
Sono, infine, ben 17 i punti percentuali di scarto tra coloro che hanno figli e chi non ne ha: lavorano l’89% degli uomini e il 72% delle donne. Ad essere penalizzate – come detto – anche le donne laureate in possesso di prole: a cinque anni dal conseguimento del titolo, lavorano l’81% delle laureate senza figli e il 69% di quelle con figli.
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]]>L'articolo Uno studente siciliano su quattro non frequenta le università dell’Isola proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
]]>Ciò è quanto rivela La Repubblica in quest’articolo a firma di Lorenzo Tondo in cui si sostiene che l’esodo dei cervelli dall’Isola non è frenato neanche dal fatto che nelle università siciliane le tasse siano molto meno salate rispetto al Nord. Si legge, infatti, che «per iscriversi all’Università di Parma gli studenti devono pagare una retta annua di 1005 euro per le facoltà scientifiche e di 890 per quelle umanistiche. Una tassa che a Palermo varia in media dai 150 ai 300 euro. Poco importa. L’esercito di siciliani in fuga non bada a spese e lascia ogni anno nelle casse di due tra le più prestigiose università private, come la Luiss e la Bocconi, quasi 12 milioni di euro».
La regione in cui maggiormente vanno gli universitari siciliani è il Lazio (circa 10000) mentre l’università con il numero più alto di studenti isolani è Pisa (3350). Seguono La Sapienza di Roma, Bologna, Torino, Padova e la Bocconi di Milano. Ce ne sono parecchi, però, anche nelle già citate Bicocca e Luiss, entrambe spesso dalle nostre parti “a caccia” di nuovi iscritti.
L’articolo del quotidiano romano rivela, infine, che gli universitari dell’Isola non si spostano soltanto verso Nord ma valicano spesso le Alpi, andando in Inghilterra, Francia, Spagna, Scozia e Irlanda per proseguire e completare gli studi.
L'articolo Uno studente siciliano su quattro non frequenta le università dell’Isola proviene da Younipa - Università, Lavoro e opportunità.
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