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Palermo. NON è quello di San Patrizio costruito per volere di Papa Clemente VII, ma ha una sua importanza storica e antropologica. È il pozzo, profondo, largo e quadrato, al centro di piazza Edison, nel quartiere Matteotti. Vi si accede attraverso una larga scalinata sovrastante il marciapiede di viale della Libertà, all’altezza di via La Marmora. È lì da tempo immemorabile, dimenticato da tutti, soprattutto da chi dovrebbe ripulirlo e trasformarlo in meta turistica. Palermo è una città con un sottosuolo pieno di canali, pozzi, grotte, camere dello scirocco, passaggi sotterranei, che ne accrescono il misterioso fascino. Il pozzo di piazza Edison, per struttura e funzioni svolte, è quasi una rarità. L’unico che gli somiglia, per quasi identiche caratteristiche costruttive, è quello esistente in via dei Nebrodi. Quest’ultimo, però, non è in vista come il primo che può vantare di essere venuto alla luce, dopo secoli di oblio, a seguito della decisione delle autorità fasciste (all’incirca intorno al 1930) di realizzare il cosiddetto quartiere Littorio, intitolato nel Dopoguerra al martire socialista Giacomo Matteotti.

Quando le ruspe spianarono la vasta area dove vennero edificate le villette popolari del quartiere, vennero abbattuti anche agrumeti e alberi da frutta. Proprio tale flora ha nascosto per lunghi anni, nel suo grembo, quel pozzo misterioso di dimensioni ragguardevoli: venti metri di profondità, dodici metri di larghezza, quattro rampe di scale per complessivi novantacinque gradini intagliati nella pietra e una galleria di fondo lunga trenta metri e larga quasi due metri. Fino a non molto tempo fa, nel fondo si raccoglieva l’acqua limpida proveniente, copiosamente, dalla galleria, determinando un incantevole spettacolo naturale. Poi l’incuria e l’assenza di un minimo di vigilanza hanno trasformato il pozzo in una sorta di ricettacolo di rifiuti che taluni soggetti, privi di senso civico e di rispetto verso i beni comuni, vi riversano con costante impertinenza. Provocando, come è facile constatare, danni gravissimi all’ambiente e alla galleria che risulta, benché ripulita un quarto di secolo fa, completamente ostruita da materiali di ogni tipo.

Porsi domande su chi possa essere stato l’ideatore e il finanziatore dello scavo o in quale periodo sia stato realizzato è operazione assai faticosa, data l’assenza di elementi probanti che potrebbero aiutare a formulare credibili risposte. Comunque, sotto il profilo storico, sono state formulate alcune ipotesi circa i motivi che avrebbero spinto i nostri antenati a costruire quel pozzo.

Non pochi studiosi lo hanno definito “sicano”, altri sono persuasi che sia stato realizzato per le necessità delle guarnigioni cartaginesi nel periodo delle guerre puniche che hanno lambito la città. Una tesi, molto più credibile e in qualche modo collegata alla natura del territorio circostante (caratterizzato da numerose cave sotterranee), fa risalire al XVI secolo la costruzione del pozzo, la cui funzione era quella di garantire l’approvvigionamento d’acqua alla moltitudine di operai adibiti alla estrazione e lavorazione della pietra proveniente dalle cave della zona. Attività che si è protratta fino agli inizi del Novecento.

Descrivere quel contesto, inserito in un circuito turistico e culturale, aiuterebbe meglio a comprendere la storia, non molto conosciuta, di quella parte occidentale della città, considerata lontana rispetto al ricco e popoloso centro storico. Se non si interviene subito, il pozzo rischia di essere sommerso da rifiuti ed erbacce di ogni tipo che ne stanno irrimediabilmente mutando l’aspetto. Oscurare definitivamente questa rara testimonianza dell’ingegno umano è da irresponsabili. È troppo chiedere alle autorità municipali di custodire e rendere accessibile, data l’esiguità della spesa, questo non secondario bene cittadino? Nell’immediato, costituirebbe un segnale di grande attenzione la collocazione di una targa illustrativa con annessa cartina dei luoghi. Potremmo così essere autorizzati a dire che con una fava sono stati presi due piccioni: è stato garantito un minimo di informazione e quel pozzo, almeno per ora, risulterebbe meno… sconosciuto.

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