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I dati Istat lo confermano: la gente è talmente tanto delusa e triste da non voler cercare più lavoro. In particolare i giovani. L’Istituto delle statistiche ha infatti analizzato il terreno lavorativo degli italiani dell’ultimo trimestre dell’anno. Il periodo di novembre 2020 ha portato una leggera crescita dell’occupazione. Un (+0,3%) che fa ben sperare nella ripresa del paese nel 2021.

In contemporanea, però, avviene un aumento costante degli inattivi (+0,5%), quegli scoraggiati che – nell’Italia divisa in rosso, arancione e giallo – non hanno un lavoro e hanno smesso pure di cercarlo.

La differenza principale tra un inattivo e un disoccupato è che quest’ultimo va alla ricerca disperata di un lavoro, presenta migliaia e migliaia di curriculum, il secondo no. L’inattivo è un disoccupato rassegnato dalla mancanza di lavoro. Uno di quelli che silenziosamente fa un passo indietro e sprofanda nel baratro, senza che lo Stato aiuti. Con aiuto non si intende solo quello economico, come un Reddito di cittadinanza qualsiasi, ma quello che ridia attraverso un lavoro la propria dignità. E l’inattivo non è solo chi ha 40 o 50 anni.

Inizialmente il fenomeno dell’inattività era più collegato a persone di 40 anni e 50 anni, che dopo essere state licenziate non riuscivano più a ricrearsi in una nuova professione. Adesso ad aggiungersi sono anche i giovanissimi.

I giovani sono i più inattivi

Sono loro ad aumentare. Il tasso di inattività tra i più giovani della fascia 15-24 anni supera ormai il 76%, con oltre 4,4 milioni di inattivi.

La pandemia, in questo caso, ha solo accentuato un problema di rassegnazione che era già presente in Italia da molti anni. Ora il campanellino d’allarme suona più forte che mai ed evince che il mercato del lavoro è fermo. Il sistema Italia non va più alla ricerca di giovani leve e lavoratori. E questo porta anche persone giovanissime, con il futuro davanti, a buttarsi giù e a non vedere una fine dal tunnel nero.


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A proposito dell'autore

Alessandro Morana

Mi chiamo Morana Alessandro, classe 2000, palermitano. “non aver paura di sbagliare un calcio di rigore. Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore”

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