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Una lettera dal contorno polemico, scritta da un’esperta che negli anni ha visto i sogni di migliaia di ragazzi. La prof Federica Ricci Garotti, docente di Tedesco all’Università di Trento, ha da poco compiuto 67 anni e a breve sarà prossima alla pensione. Proprio per tale motivo ha voluto scrivere qualche mese fa una lettera a Repubblica, in particolare al blog gestito da Concita De Gregorio.

Ecco alcuni stralci della lettera dedicate alle facoltà in Italia:

“Da professoressa universitaria prossima alla pensione, ho alle spalle molti anni di frustrazione per il futuro delle e dei giovani che ho formato e formo. Vedere laureate e laureati e spediti al massacro è un abominio. Tanto che giungo a una proposta provocatoria e ultimativa. Perché mandare al macello migliaia di giovani senza la prospettiva di una professione adeguata al loro percorso e non chiudere definitivamente le porte a saperi dei quali l’Italia, evidentemente, non sa che farsene?

Quanti laureati in Lettere, Beni culturali, Filosofia, Sociologia, Psicologia e anche Giurisprudenza ed Economia sono destinati a lavorare nel campo per cui hanno studiato? Quanti, per farlo, dovranno emigrare? Quanti faranno i rider, i commessi, gli assistenti senza borsa, le/i segretarie del professionista, quanti lavoreranno alle poste o occuperanno una cattedra nella scuola, senza formazione né voglia?

E allora chiudiamole, queste fabbriche delle illusioni che sono le nostre facoltà, che formano sì persone competenti, ma disoccupate, sotto occupate o emigranti questuanti come furono i nostri nonni negli anni Cinquanta.


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“Chiudete le facoltà umanistiche, tanto sono inutili”

Basta con le prediche sull’importanza delle competenze trasversali che formano cittadine e cittadini civili ed educati, colti, lucidi, dotti perfino. Fuori dall’università i figli dei ricchi hanno un futuro e gli altri hanno solo le competenze. Dichiariamo, una volta per tutte, la sconfitta totale dello Stato per quanto riguarda i e le giovani laureate con il loro corredo di master, tirocini, praticantati di grande prestigio (perché l’Italia solo quello può offrire, tirocini e stage, parola che i datori di lavoro nemmeno sanno pronunciare)…

Non devono essere solo i virologi ad occupare gli schermi: scuola e università devono tornare ad essere centrali nel dibattito pubblico. Lavorare per quel che si è imparato a fare e si sa, in Italia, è un privilegio. Questa è la vera emergenza: guardatela in faccia. Di tutto il resto abbiamo parlato (inutilmente e spesso a vanvera) abbastanza”.


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