Antonino Giarratano, professore di Anestesia e Rianimazione all’università di Palermo e membro del comitato tecnico-scientifico regionale sull’emergenza coronavirus, su Repubblica fa il punto sulla situazione dei posti letto e sulle misure per incrementarli in vista di un’impennata dei contagi.

La buona notizia è che sono diminuiti i siciliani ricoverati in Terapia intensiva, perché la metà di loro non ha più bisogno di respirazione artificiale. La cattiva è che – se la curva dei contagi continuerà a crescere in maniera esponenziale e non arriveranno ventilatori – anche in Sicilia (come in Lombardia) si dovranno usare le 250 sale operatorie degli ospedali come posti di Rianimazione. “Per questo è importante restare a casa, se volete bene a voi stessi, ai vostri genitori e ai vostri nonni”.

I ricoveri in Terapia intensiva sono passati da 80 a 68 in un giorno, 12 in meno. Come mai?
“Dal ricovero numero uno per Covid-19 in Terapia intensiva in Sicilia sono trascorse due settimane e 10-15 giorni è il tempo medio in cui il paziente, che in questi giorni riusciamo a seguire senza alcuna difficoltà nelle nostre terapie intensive, supera la fase critica e quindi ritorna a respirare con l’ausilio di mezzi poco invasivi, andando verso la guarigione. Ma è anche il momento in cui il paziente ‘fragile’, grande anziano e o con altre patologie, evolve purtroppo negativamente. In linea con le regioni che non si trovano nella tempesta delle cento intubazioni al giorno in assenza di ventilatori, quindi il 50% circa dei pazienti sono usciti dalle terapie intensive e un altro 50% invece è deceduto”.

Qual è la fascia di età dove si sono registrate più morti in Sicilia?
“Come in tutto il mondo per questa patologia, tre sono i quadri clinici principali, pur nella estrema variabilità. Il primo vede il paziente fragile non avere tantissime armi per superare il grosso impegno respiratorio e sistemico ed evolvere in disfunzione multiorgano (l’insufficienza respiratoria causa altre patologie gravi, ndr) e questa popolazione è gravata da una mortalità che oscilla tra il 75 e il 90%. Il secondo vede il paziente ancora giovane (tra i 50 e i 70 anni) anche con una co-morbilità, in caso di supporto intensivo precoce superare la fase iperacuta della insufficienza respiratoria e in una percentuale compresa tra il 10 e il 25% evolvere verso una disfunzione multiorgano, che ne causa il decesso (ma in una percentuale tra il 75 e il 90 % guarisce). Il terzo è il soggetto giovane che solo in una percentuale inferiore 5% evolve in disfunzione multiorgano ma che non è a mortalità zero. Il quadro che si delinea di sindrome respiratoria acuta ad origine virale può evolvere in sepsi, causata dalla alterata risposta infiammatoria immunitaria. La risposta immunitaria è individuale, diversa in ogni singola persona. Ciò spiega la diversa risposta all’infezione da coronavirus da paziente a paziente e la diversa percentuale di mortalità”.

I decessi in Sicilia sono ad oggi 33. Il 2,8% contro il 13,8 lombardo e il 6,2 della media italiana. Perché?
“Difficilissimo fare un bilancio realistico finché non si avranno tutti i dati epidemiologici delle popolazioni nelle diverse regioni. Ciò richiede anche una analisi del momento. Intendo dire che essere costretti a ventilare 8 pazienti con 8 ventilatori o 36 pazienti con 18 ventilatori non dà le stesse chances di sopravvivenza” .

Il nuovo piano della Regione prevede di incrementare i posti letto di terapia intensiva a 439 entro il 10 aprile fino a 597 entro il 20 aprile. Ma quanti ventilatori ci vogliono? Ce li abbiamo?
“Il numero di 439 tiene conto dell’incremento rispetto ai 385 che abbiamo già operativi nelle nostre terapie intensive. Il numero di 597 prevede , come nelle altre regioni, il ricorso a risorse aggiuntive che si renderanno disponibili ad aprile. E su questo si lavora giorno e notte. Abbiamo necessariamente un piano B e un piano C, che prevede -nella versione più catastrofica come quella registratasi in Lombardia – l’utilizzo delle 250 sale operatorie tutte dotate di ventilatori e monitoraggi A quel punto però noi non ci vogliamo arrivare e quindi si sono messe in atto le misure di distanziamento sociale, l’isolamento domiciliare integrato. Stiamo provvedendo all’isolamento alberghiero dei positivi paucisintomatici che permette, sul modello cinese, un controllo della diffusione della epidemia migliore e un monitoraggio più attento dei pazienti contagiati e decongestiona gli ospedali che servono a chi è sintomatico e con complicanze respiratorie. In questo momento abbiamo un numero operativo di posti in terapia intensiva Covid-19 più che doppio rispetto ai ricoverati che monitoriamo 24 ore su 24”.

La percentuale giornaliera di crescita dei ricoveri è stata in media del 18 per cento negli ultimi tre giorni, superiore alla media nazionale. Perché?
“La nostra crescita, alla luce anche della carica dei 40 mila rientrati (dato ottimistico) che la nostra regione ha registrato di potenziali contatti da zona rossa, era prevedibile. Lo abbiamo previsto e, con le misure messe in atto, ci permette ancora di curare tutti i pazienti che ne hanno necessità. Lo stress lavorativo ed emotivo di tutti gli operatori sanitari e di chi lavora negli ospedali a vario titolo è enorme. Per questo dobbiamo essere ‘esageratì e anche il governo regionale ha un comportamento ‘intensivo’, perché l’emergenza coronavirus richiede un approccio intensivo. Non possiamo e non dobbiamo permettere di disperdere la fortuna che abbiamo avuto di non impattare la pandemia come in Lombardia o altre regioni del Nord, e che può essere controllata solo col contenimento e distanziamento sociale. Non dobbiamo andare verso situazioni che non ci permetterebbero di curare tutti con la stessa attenzione che oggi stiamo tenendo”.

I sanitari siciliani da settimane denunciano l’assenza di mascherine. La Regione che sta facendo?
“Le criticità ci sono, è vero, in particolare la carenza nazionale e internazionale dei dispositivi di protezione individuale che non è carenza di soldi, ma di reperibilità. E anche su questo si lavora giorno e notte. I primi segnali di soluzione si prospettano ma i nostri concittadini ci devono dare il tempo e devono dare il tempo a loro stessi che ci permetta di curarli, senza dover ricorrere a un solo ventilatore per due pazienti o altri estremi trattamenti come questo. Quindi l’appello è lo stesso: restate a casa se volete bene a voi stessi, ai vostri papà, mamme nonni e nonne”.

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