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Il bando pubblicato dall’ASP di Palermo per l’assunzione di infermieri è andato quasi deserto.  

E’ l’ennesima prova di quanto sia deficitario il sistema di reclutamento del personale che, evidentemente, non riesce a suscitare l’interesse del mondo delle professioni sanitarie.

Il fatto è ancor più preoccupante se si pensa che coloro che potrebbero essere assunti darebbero un grande contributo per la risoluzione della preoccupante carenza di personale in corsia.

Certo è veramente quantomeno insolito che, in un momento di crisi come questo, in cui i posti di lavoro sono risorse preziose, i bandi vadano deserti.  Opportunità di lavoro scartate a priori anche da un generazione ormai abituata al precariato.


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Bandi per infermieri deserti: Proviamo a capirne le motivazioni

Sicuramente molti giovani sarebbero entusiasti di lavorare in un Ospedale, soprattutto in un momento delicato come questo, in cui queste professionalità sono molto preziose.

Ma sicuramente la proponsta di contratti a tempo determinato, spesso a partita iva e senza alcuna indennità di rischio, non sono allettanti per professionisti che hanno già un po’ di esperienza e magari un lavoro, anche se precario.

Inoltre, la prospettive che il loro lavoro sia legato solamente al perdurare della pandemia, di certo non contribuisce a rendere allettante la proposta.  

E dire che gli infermieri in questo anno così difficile e complesso, hanno dato prova di grande responsabilità, sono stati pronti e disponibili al sacrificio.


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Forse meriterebbero di più di riconoscimenti verbali e pacche sulle spalle.  Per la serie, quanto siete bravi, quanto siete disponibili e poi, a fine pandemia arrivederci e grazie.

Non è in questo modo che si costruisce un sistema sanitario solido. E di certo non è lungimirante navigare a vista, sull’onda delle emergenze.

Ma perché i bandi per Infermieri vanno deserti?

 Perché opportunità di lavoro vengono scartate a priori anche da un generazione ormai abituata al precariato? 

In Sanitas lo ha chiesto ad alcuni giovani infermieri. Ecco le reazioni:

Francesca lavora in Sicilia, in una RSA. «Sarei felice di lavorare in un Ospedale, anche e soprattutto in un periodo come questo, durante il quale la nostra professionalità è quanto mai preziosa. Ma a fronte di prestazioni ad alto rischio il più delle volte vengono proposti contratti a tempo determinato, per pochi mesi, spesso a Partita IVA.

Il che significa che se ci ammaliamo non abbiamo nessuna garanzia, nessun diritto. La verità è che, così come vengono concepiti, questi avvisi possono trovare l’interesse solo di qualche collega neolaureato che, se non ha altre prospettive accetta, anche perché ha l’occasione di imparare tanto.

Ma chi ha un minimo di esperienza, ha un lavoro, anche precario, non accetterà mai una proposta che è limitata nel tempo, condizionata alla persistenza della pandemia e spesso totalmente priva anche di indennità di rischio».

Poi aggiunge: «Credo che come categoria abbiamo dato prova di grande responsabilità nella prima ondata pandemica. Ci siamo fatti trovare pronti e disponibili, ma adesso sono passati mesi, abbiamo bisogno di riconoscimenti che non posso essere solo la pacca sulla spalla durante il periodo covid e poi arrivederci e grazie, com’è già capitato a tanti colleghi».

…e poi ci sono gli infermieri che emigrano

A causa di tutte queste lacune e falle del nostro sistema, molti giovani infermieni e professionisti della sanità e di altri settori cruciali, sono stati anche costretti a lasciare il nostro paese. Si sono trasferiti in posti in cui i livelli retributivi sono più adeguati e le strutture ospedaliere investono sul proprio personale, sulla formazione dello stesso e sulla gratificazione di contribuisce a offrire un servizio di qualità nelle varie strutture.


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Un sistema utopico visto da qui. Stipendi  e indennità di rischio più alti, contratti a tempo indeterminato, master pagati e permessi studio. E’ normale che a conti fatti i giovani scelgano di emigrare. Se a questo aggiungiamo il fatto che esiste la meritocrazia, la possibilità di fare carriera anche se non sei “figlio o amico di…”, beh il quadro è completo. E anche molto amaro. Sicurramente un giovane infermiere, se potesse avere le stesse possibilità qui, nella propria terra, non ci rinuncerebbe di certo.

Bandi per infermieri deserti: Vincenzo, per esempio, ha preso un volo di sola andata per l’Irlanda

«Qui i livelli retributivi sono decisamente più adeguati. Non solo, la struttura ospedaliera dove lavoro investe su di me, mi paga il master per la specializzazione e mi concede i permessi studio ed in cambio di questo mi chiede ciò che sembra impossibile ottenere in Italia: la garanzia di rimanere sul posto di lavoro per diversi anni. Insomma un mondo al contrario».

Così, con stipendi più alti, indennità di rischio più alte, contratti a tempo indeterminato, master pagati e permessi studio, l’emorragia di infermieri verso i paesi del nord Europa si fa sempre più copiosa, contribuendo a svuotare le nostre corsie.

«Oltre al livello retributivo più adeguato- fa notare Vincenzo- c’è dell’altro. In primo luogo, per quanto mi riguarda, è stato determinate il riconoscimento professionale e la possibilità di fare carriera anche manageriale.


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Qui ti danno la possibilità di scegliere il tuo percorso, cosa molto più difficile in Italia. Qui in Irlanda ho fatto il master di primo livello in emergenza urgenza, pagato dall’Ospedale per il quale lavoro, ora sto facendo quello di secondo livello, del costo di 9 mila euro, sempre pagato da loro.

In Italia ormai molti miei colleghi prendono i master sulle piattaforme on line, con tirocini da 30 ore fatti in modo a dir poco superficiale.

Ed il più delle volte non lo si fa per convinzione ma per avere quel punto e mezzo che tornerà utile in un futuro eventuale concorso e poi magari, a fronte di un master fatto per il pronto soccorso, ti ritrovi a lavorare in tutt’altro reparto, dove occorrono competenze specifiche che non hai e che sei costretto ad imparare sul campo, mettendo a rischio te stesso ed i pazienti.

Ed ancora, anche qui c’è il fenomeno del precariato, del lavoro agile ma, attraverso le agenzie interinali, ti pagano il triplo».

«Per carità – conclude Vincenzo, non nascondendo la nostalgia di casa – non voglio certo dire che qui sono tutte rose e fiori, non per niente l’Irlanda è il primo paese purtroppo ad aver disposto nuovamente il lock down, ma se c’è un problema che questo Paese non ha è quello della carenza di medici e infermieri. Evidentemente negli anni si è fatta una buona programmazione».

Intervengono anche i sindacati di settore

Sul tema è intervenuto anche il dirigente sindacale del Nursind Palermo, Alfredo Guerriero: «Purtroppo le tipologie di contratto proposte dalle aziende in certi casi offrono pochissime tutele e scoraggiano gli infermieri.

Il rapporto tra infermieri e pazienti anche nei reparti covid è al limite e i lavoratori sono costretti a turni stressanti». Quest’ultimo è un altro tema caldo correlato alla carenza di personale negli ospedali. Quello dei limiti imposti dalla normativa europea ai turni di lavoro.

Le 11 ore di riposo tra una giornata lavorativa e l’altra, con almeno 24 ore di riposo ininterrotte ogni 7 giorni di lavoro. Per altro la Direttiva Europea fa un preciso riferimento alla consecutività e congruità del riposo, e non alla sommatoria delle ore riposate nell’arco delle 24 ore.


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Insomma, 11 ore di riposo, ogni giorno, non spezzetate. Anche perché, richiedere al personale sanitario prestazioni aggiuntive su base volontaria è un gran bel rischio, soprattutto in un contesto altamente stressante come quello della lotta contro una pandemia.

E i rischi per la salute fisica ed emotiva sono davvero non indifferenti. La sindrome di burnout è un grosso rischio in questo contesto. Apatia, senso di frustrazione, esaurimento emotivo, irrequietezza, possono innescare una pericoloso catena di eventi che rischia di far scendere a livelli minimi la qualità assistenziale.

E in questo momento tutto possiamo permetterci tranne questo.

I nostri dirigenti, i nostri governanti, dovrebbero fare proprio un’analisi oltre che di coscienza anche di efficienza. Potrebbe essere il momento per ripensare un intero sistema, per rivederne le regole più inadeguate, per migliorarlo. Un bando per infermieri che va deserto dovrebbe far riflettere chi lo ha pensato ed elaborato. Noi vogliamo credere che un’inversione di tendenza è ancora possibili. Siamo inguaribili ottimisti? Dobbiamo esserlo, per forza, se vogliamo che in questo paese le cose cambino.


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