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Questo articolo è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di Younipa.it

Le masse non si ribellano mai in maniera spontanea, e non si ribellano perché sono oppresse. In realtà, fino a quando non si consente loro di poter fare confronti, non acquisiscono neanche coscienza di essere oppresse.

“1984” è uno dei romanzi più noti dello scrittore George Orwell, scritto nel 1948.

Il libro si sostanzia nella dimostrazione di come un regime totalitario riesca a plasmare e indirizzare pensieri, parole e atti dei “sudditi”, utilizzando mezzi e strumenti che possano ricollegare lo scritto a situazioni storico-politiche attuali, identificando il contenuto dello stesso come di una cruda e violenta realtà.

Orwell ambienta il libro in una Londra immaginaria, rappresentando un mondo distopico governato da un dittatoriale regime socialista, che modella la realtà a suo piacimento, distorce il passato affermando, come vere e intangibili, menzogne.

“Il Grande Fratello ti osserva”. In una cupa società in cui l’odio viene costantemente alimentato e l’amore concepito solo come strumento di procreazione, uno degli elementi che ci porta a riflettere è la presenza, anzi, l’onnipresenza dei teleschermi:

piccoli “occhi” sparsi in ogni angolo delle abitazioni e della città in grado di controllare e spiare i cittadini, analizzando ogni loro comportamento e, con una certa analisi, quasi a prevederne un altro.

Teleschermi impossibili da spegnere, tantomeno da aggirare, che seguono i cittadini in ogni loro movimento, arrivando a intuirne le emozioni e basando su questo la presunzione di un dissenso, di un crimine.


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La diffusione di informazioni e “verità” del Partito è la seconda funzione svolta dai teleschermi: la giornata viene interamente accompagnata dalla voce che proviene da questo, dagli slogan e messaggi del Governo,

in modo così costante e così incessante da non sapere più concepire il concetto di silenzio, anzi ritenerlo come anormale.

Costanza e accanimento di propaganda che il Partito utilizza per inculcare ideologie e strade di pensiero nei cittadini, in modo da riuscire a controllarne non solo l’atteggiamento esteriore, ma anche quello interiore, quasi come se ascoltando continuamente un messaggio,

non solo si giungesse ad appoggiarlo, ma quasi a credere che sia frutto del proprio libero arbitrio e, in virtù di questo, difendere quella posizione con tutte le forze, perché appunto ritenuto proprio.

«Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato».

Nella costruzione del modello totalitario, Orwell mette in luce come, attraverso una continua opera di revisione di documenti e testi, i membri del Partito possano incidere sul presente, possano modificarlo e modificarne così il passato, andando a professare come verità un costrutto dettato da convenienze politiche e sociali, riscrivendo a loro piacimento la storia.

Riscrivere la storia significa perdere definitivamente la versione dei fatti affermata in precedenza; ma se anch’essa era a sua volta menzogna di altro?

Si risale così in un loop continuo che fa sbiadire, negli anni, il concetto di verità, conosciuto unicamente da chi era presente al tempo dell’avvenuto, ma che purtroppo si trova costretto a rivedere lo stesso; concetto ormai relativo.

A questo punto è inevitabile il collegamento al mito della caverna di Platone, nonché alla contrapposizione tra realtà e realtà apparente. Gli schiavi, nel mito, si trovano in una caverna e sono costretti a guardare solo davanti a sé.


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Sono costretti a osservare ombre di statuette mosse da soggetti alle loro spalle e arrivare a credere che queste siano realtà;

ma se uno di loro venisse meno all’obbligo imposto e si voltasse, capirebbe come tutte le convinzioni e certezze fossero alla fine basate su quello che il contesto ha portato loro a credere; credere di essere a diretto contatto con la realtà.

E se lo schiavo riuscisse a uscire dalla caverna si renderebbe conto di come neppure le statuette siano realtà, ma siano solo rappresentazione del mondo che vi è fuori; e se scendesse di nuovo nella caverna per illuminare gli altri schiavi, questi prima di ucciderlo, lo deriderebbero.

I cittadini, nel mondo Orwelliano vivono come in una caverna, non consapevoli di esserne imprigionati e concependo come reale tutto ciò di cui si circondano, tutti i sentimenti che provano e tutte le ideologie in cui credono, offuscati da ombre e falsità.

Perché, come riportavo a inizio pagina, il soggetto non può concepire la menzogna se non gli si apre uno scorcio di verità: è questa la vera rivoluzione.


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Orwell descrive una società continuamente bramosa di conquista e dominio, di mantenimento di supremazia e superiorità, al fine di perpetuare lo status quo.

La società bandisce le classi, ma nei fatti le preserva, con i privilegiati collocati nel Partito interno, i burocrati nel Partito esterno e i proletari emarginati ai bordi della città, al fine di una loro graduale estinzione.

La storia, nella visione del libro, ha visto continue ribellioni da parte dei Medi che hanno trascinato i Bassi nella conquista del potere posseduto dagli Alti.

A conti fatti, ciò ha soltanto cambiato il nome dei padroni.

Il Partito intende quindi preservarsi togliendo la possibilità di istruzione del popolo e imbottendolo di distrazioni inutili. Ogni cittadino viene educato, sin dalla nascita, al rispetto, quasi idolatria, del Grande Fratello e di tutti i caratteri e convinzioni che da questo discendono.

Il Governo mette in moto un processo di riduzione del vocabolario, ricondotto a quella che viene definita come “Neolingua”.

La Neolingua prevede il ricorso al minor numero di parole possibili per esprimere un pensiero; non solo quest’ultimo viene sempre più vincolato e controllato, ma vengono tolti sempre più strumenti possibili per la capacità d’espressione dello stesso.

In questo modo diventerà fisicamente impossibile commettere reati poiché le persone non avranno più a disposizione i termini per descriverli oltre che per immaginarli.


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Un regime totalitario è, in quanto tale, contrario ad ogni forma di opposizione politica e mette in atto per la sua repressione strumenti di estrema portata.

L’oppositore è nemico del Partito e in quanto nemico deve smettere di esistere: il Governo non può minare la sua posizione con la presenza di voci contrarie e pertanto provvede alla rimozione di ogni singolo documento, di ogni singola foto, prova o voci stesse che possano accertare, o anche solo presumere, che quel determinato soggetto sia mai esistito e con questo, la sua storia.

Come raccontò Orwell, ci raccontano ora le madri di Plaza de Mayo dei settantamila desaparecidos per mano dei sanguinari dittatori Augusto Pinochet e Jorge Rafael Videla, tanto crudeli da far sembrare il Grande Fratello orwelliano un timido principiante, o ancora le generazioni nordcoreane sparite all’interno dei campi di lavoro della provincia di Pyongyang.

Ma quelle generazioni che muoiono nei campi di lavoro di Pyongyang si ritengono vittime di uno Stato dittatoriale, e quindi abominevole, o colpevoli? Quanto un cittadino nordcoreano, immerso nelle ideologie governative, è oggettivamente libero di esprimere un proprio pensiero critico? E se ne è convinto, in forza di cosa?

La Corea del Nord impone, dalla sua nascita, l’ideologia juche, ispirata al socialismo e considerabile una variante del marxismo leninista, che identifica il popolo coreano come principale motore della nazione elaborando così un’etica del lavoro, del sacrificio e del patriottismo estrema, alienante e distruttiva per il popolo nordcoreano stesso, che viene ridotto a mera macchina dello Stato.


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È il libero arbitrio che fa muovere i nordcoreani in virtù del juche? O è la radicale mancanza di alternativa, anzi la possibilità di concepirla?

In forza del juche, la Corea del Nord plasma le menti dei suoi cittadini, inducendoli a considerare l’ideologia di Stato come unica alternativa possibile per una vita migliore.

In forza di ciò, opera anche una massiccia repressione di qualunque voce o spinta contraria, arrivando al punto di eliminare intere generazioni pur di non macchiare l’effige dello Stato.

Libertà di stampa, libertà di parola, espressione, orientamento religioso, sessuale, libertà di associazione ecc.. non sono riconosciute, né fatte conoscere ai cittadini stessi, impossibilitati a riflettere sulla natura della propria libertà, addestrati ad un unica e assoluta ideologia governativa.

Quanto detto in queste pagine mette inevitabilmente il luce che le parole che il nostro Orwell scrisse più di settant’anni fa, siano più che mai attuali e come certi ragionamenti e deduzioni possano sottolineare rischi e conseguenze di sistemi distruttivi.

Riportando un’emblematica citazione orwelliana:

“Nulla vi apparteneva, se non quei pochi centimetri cubi che avevate dentro il cranio.”

Il totalitarismo non è mai riuscito a piegare quell’unica parte che nessuna entità governativa potrà mai governare, la mente degli esseri umani. Non importa quanto forte è la spinta, la risposta contraria è sempre almeno uguale ed ad ogni regime totalitario corrisponde, sempre, almeno un rivoluzionario.

A cura di Chiara Genna


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