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Un dilemma più eterno di quello di Shakespeare nell’Amleto: si dice arancina o arancino? Ad aggiungere la propria opinione in merito è la cantante e autrice siciliana Levante, cresciuta nei pressi di Catania e trasferitasi a Torino nel periodo adolescenziale.

Si dice arancina perché rappresenta una piccola arancia“. Non ha alcun dubbio Levante che avanza questa teoria, dando ragione ai palermitani, nonostante nella sua Catania lo si chiami arancino. Una posizione non usuale per una persona catenese che appoggia la nomenclatura conferita dai palermitani alle palle di riso più amate dalla Sicilia.

Levante è nata a Caltagirone, in provincia di Catania. La cantautrice ha esposto il suo parere durante la presentazione su Clubhouse dei podcast «La Sicilia si sente». Per lei il legame con la Sicilia è fondamentale, tanto da aver nominato un suo album Magmamemoria. Nei testi scritti da Levante appaiono spesso immagini marittime, legate a brezze marine e sapori siciliani, che immischiano nostalgia a bellezza.


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La catanese Levante dà ragione ai palermitani: “Si dice arancina”

Levante però non è l’unica cantante ad esprimere il suo pensiero sulla diatriba culinaria. Già mesi fa, in occasione della scorsa festa di Santa Lucia, anche Carmen Consoli, fiore all’occhiello del cantautorato siciliano, si era espressa sul tema, spiegando la sua di teoria sul vero nome di questa specialità culinaria.

Anche per la cantante, infatti, l’arancina in quanto tonda deriva dal frutto dell’arancio, che si chiama arancia. Si era dunque mostrata d’accordo con i palermitani nell’identificare il piatto con un sostantivo femminile. Tuttavia, la Consoli non aveva del tutto negato la versione della sua Catania dove invece l’arancino, a forma piramidale, richiama l’immagine del vulcano Etna. “Per noi donne catanesi – aveva affermato la Consoli – l’Etna è maschio, ecco perché per noi l’arancino è maschio“. La partita resta ancora aperta e forse non finirà mai, neanche ai calci di rigore.


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Mi chiamo Morana Alessandro, classe 2000, palermitano. “non aver paura di sbagliare un calcio di rigore. Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore”

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