Sveglia ore 7. Magari 8, che tanto non c’è traffico per strada.
Magari 8,30 tanto la riunione la faccio direttamente da casa e mi serve giusto il tempo di lavarmi la faccia e mettermi un maglione che tanto, pure che ho il pigiama sotto non lo vede nessuno.
E poi alle 11 ci sarebbe quell’incontro da fare.
Ma tanto è rinviato a data da destinarsi, quindi mi sa che riesco a chiamare i miei, sistemare quella mensola e scrivere pure quelle bozze di proposte che, tra mille cose rimando da un po’.
E poi posso preparare per pranzo qualcosa che non sia proprio veloce veloce, ma impegnarmi un po’ di più… Alla fine cucinare mi piace ma non lo facevo da un sacco.
Quando avevo tempo, e la vita non era così frenetica, mi piaceva prendere il caffè guardando il mare… Chissà come sarebbe poterlo fare adesso… Eppure da qui il mare si vede e alle 15 non c’è nessun tavolo tecnico, quindi magari mi godo questi minuti di serenità.

È tutto surreale… Come essere dentro una bolla. Alterno momenti di determinazione e positività ad altri in cui vorrei essere sommerso dalle cose da fare per non pensare. Eppure a pensare e riflettere, volenti o nolenti, ora siamo costretti. Siamo costretti a rivedere tutte le nostre abitudini di vita, tutte le nostre certezze, gli orari, persino il nostro lavoro. Siamo costretti a misurarci con il silenzio, la solitudine, il tempo, che con fare da tiranno si accorcia e allunga capriccioso.
L’esperienza che l’Italia sta vivendo, questa dimensione sospesa tra un presente spaventoso e dalla durata incerta ed un futuro carico di speranze, ci restituisce, credo, dei fermi immagine della nostra vita. Ci ricorda, con violenza quasi, che tecnologia, progresso e viaggi intergalattici possono esser minati in un nanosecondo; che progetti grandiosi e programmi decennali devono, per scelta o necessità, prevedere un piano B più semplice e immediato, fatto di bambini che giocano a casa con o genitori e anziani che assaporano il silenzio.

Apprezziamo il significato di tanti piccoli gesti che spesso dimentichiamo… il caffè al bar la mattina, la pacca sulla spalla di un amico, il bacio leggero di un familiare.
Ma porta con sé un vagone di speranza, per la nostra terra e l’intero continente. La generazione che stiamo vivendo, e credo ancora di più quella che verrà dopo di noi, dovrà lottare per un futuro che sappia tornare alle origini. Dovrà riscoprire la terra, la natura, l’agricoltura e pesca perché il progresso tecnologico, da solo, evidentemente, non può dare da vivere al pianeta.

Quindi si resta a casa.

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