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Abbiamo chiesto a Francesco Cappello, professore ordinario di Biomedicina, neuroscienze e diagnostica avanzata, di commentare e condividere le sue riflessioni e considerazioni sul momento che l’università sta vivendo. In questo preciso momento storico, le “lezioni a distanza” stravolgono anche soltanto inconsapevolmente, ma sostanzialmente, il rapporto stesso tra professore e studente.
Vi invitiamo a leggere il punto di vista di un docente che non si rassegna alla logica aberrante delle lezioni a distanza.

L’emergenza COVID-19, di cui probabilmente siamo ancora solo all’inizio, sta stravolgendo la nostra quotidianità, modificando drasticamente i nostri stili di vita e facendoci comprendere quanto delicati siano gli equilibri che ci siamo costruiti, quanto poco valore diamo normalmente a importanti conquiste sociali e tecnologiche che la nostra generazione ha ereditato o ottenuto a davvero poco prezzo, quanto stress sopportiamo o, peggio, ci autoinduciamo durante tutto l’arco della nostra esistenza. Alla fine, molti di noi ne usciranno temprati, altri stravolti e – comunque – tutti ne verremo cambiati. Nulla sarà più come prima, ai nostri occhi e nei nostri pensieri, dopo questa esperienza, e da questo punto di vista il drammatico paragone che qualcuno ha fatto con la guerra penso ci stia tutto.

In questo contesto, quanto è opportuno sollevare un tema che i più riterranno marginale e poco importante rispetto alle scene che ci arrivano, almeno da una parte del Paese, di pazienti gravi ricoverati in ospedali sovraffollati, con medici e altri operatori sanitari contagiati e allo stremo delle forze, mentre l’altra parte sta a guardare sperando che l’onda di questo tsunami si abbassi prima di travolgerli? Mi riferisco al tema delle “lezioni a distanza” a cui il sistema universitario “tradizionale” sta cercando, rapidamente, e non con poche difficoltà, di adattarsi, non avendo – la stragrande maggioranza dei docenti – avuto mai l’opportunità di cimentarsi prima a usare piattaforme dedicate alla formazione tramite il web, né di seguire corsi di aggiornamento in tal senso, per scelta o circostanze. Ebbene, avendo a cuore questo argomento, ritenendolo centrale nella mia stessa esistenza, ho deciso di affrontarlo con queste brevi riflessioni che affido alla clemenza del lettore.

lezione del Prof. Francesco Cappello – prima del DPCM 11 Marzo 2020

Per sistema universitario “tradizionale” intendo le università “non telematiche”, ossia quelle nelle quali le attività formative si svolgono quasi del tutto “in presenza” dei docenti e dei discenti. Laddove per attività formative non intendo solo le lezioni, il ricevimento e gli esami, ma tutte quelle opportunità di interazione tra “maestro” e “discepolo” di cui l’Accademia (dall’antica Grecia in avanti) si è nutrita per arrivare – un po’ malconcia, a dire il vero, almeno in Italia – ai nostri giorni. Accademia nella quale la “genesi” e la “trasmissione” del sapere avviene non tramite una fredda tastiera, una telecamera, un microfono e un monitor ma attraverso il confronto umano quotidiano tra menti ospitate dentro corpi che comunicano non solo con le parole, scritte o parlate, ma anche coi gesti, con gli sguardi, con le vibrazioni generate dalle passioni che ciascuno di noi – avendocele – mette nella conduzione delle proprie attività scientifiche e didattiche e cerca di trasmettere all’altro.

lezione del Prof. Francesco Cappello – prima del DPCM 11 Marzo 2020

Chi di noi convintamente – e non per caso – ha partecipato a un concorso pubblico per diventare ricercatore prima e docente poi, e non per una università telematica, sta capendo che la “banalità” del confronto quotidiano con i nostri colleghi, coi maestri e coi discenti è in realtà un bene, una risorsa di valore inestimabile. Noi abbiamo scelto un “mestiere” che, più che stancarci come un “lavoro”, ci coinvolge e ci appassiona come un “hobby”, facendoci sentire – nel profondo del nostro intimo – invidiabili da parte del resto del genere umano senza mai dimenticarci che il frutto del nostro lavoro si misurerà attraverso i successi lavorativi, ovvero le scoperte scientifiche, dei nostri allievi o delle generazioni di professionisti che essi formeranno a loro volta.

Ecco, per tutte queste ragioni – senza mai dimenticarci di soppesare tutto questo nel contesto generale di miliardi di esistenze vissute nella maniera più variegata, e spesso drammatica, nel pianeta nel quale abitiamo – convintamente dico che (nel mio piccolo) mai mi rassegnerò alle lezioni a distanza, a una sterile piattaforma con cui cercare (malamente, per quanto mi riguarda) di trasferire nient’altro che aride informazioni, ritenendo il “sapere”, il “saper fare” e il “saper essere” ben altra cosa. Non ho voglia soprattutto di formare allievi che usino questo strumento per fare questo mestiere. Senza offesa per nessuno, ma per me “l’Università” è e resta un’altra cosa.

Questo COVID-19 sta violentando alcuni miei princìpi: mi adatterò e andrò avanti, perché so bene che tutte le epidemie/pandemie prima o poi passano, così come le ferite in qualche modo guariscono. Andrò avanti, perché devo fare la mia parte nel massimo rispetto degli studenti, del loro diritto allo studio, delle spese sostenute dai loro familiari, del periodo di crisi nera che sta attraversando l’Italia, dei medici e degli operatori sanitari in prima linea, dei pazienti ricoverati nelle terapie intensive, delle persone che non ce l’hanno fatta e dei loro congiunti. Andrò avanti, perché non si può tornare indietro. Ma sperando che tutto questo finisca al più presto. E che si possa tornare al più presto nelle nostre Aule, nelle quali ritrovare il sorriso dei nostri studenti.

Francesco Cappello

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