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Il tema del c.d. “numero chiuso” per l’accesso a molti corsi universitari ha attraversato il dibattito pubblico degli ultimi anni.

     L’intenzione perseguita dal legislatore nel 1999 ad introdurre l’accesso programmato sarebbe stata quella di limitare il numero di studenti, riducendo gli oneri per la didattica e, almeno in auspicio, determinando un miglioramento della qualità formativa con una preliminare selezione dei discenti.

     Per varie ragioni, compresa l’insufficiente provvista di risorse economiche e, verosimilmente, anche un’errata programmazione del numero di studenti da ammettere annualmente, il “numero chiuso” ha finito per produrre conseguenze negative e paradossali per il sistema universitario e per l’intero Paese, che già presenta un numero complessivo di laureati inferiore a quello degli altri paesi europei, con le evidenti ricadute in termini di competitività e capacità d’innovazione.

     In particolare, per quanto attiene all’area delle professioni mediche e sanitarie, le pesanti restrizioni hanno condotto, per un verso migliaia di studenti ad iscriversi ai corsi promossi da università di altri paesi europei, costringendo le famiglie a sostenere oneri pesanti (e sovente discriminatori), e per l’altro determinando la costante insorgenza di contenziosi di fronte alle giurisdizioni amministrative in merito all’ammissione ai corsi.

     Egualmente la previsione di una selezione su scala nazionale ha comportato un’irrazionale e costosa “mobilità forzata” degli studenti, con oneri che ricadono sui relativi nuclei familiari.

     Ma la conseguenza più grave e paradossale, emersa in tutta la sua attualità durante l’emergenza legata alla pandemia da Covid-19, è l’acclarata carenza di figure professionali in campo medico e nell’area sanitaria in genere, generata dagli effetti di oltre 20 anni di restrizioni di accesso e dall’insufficiente dotazione di risorse per le borse di studio per le specializzazioni dei medici (rispetto all’ordinario turn-over si registra una carenza nell’ordine di 700 medici per ogni anno).

     Come confermato da studi promossi da associazioni ed organismi sindacali dei medici nel prossimo decennio, a fronte di 58.000 pensionamenti di dirigenti medici risultano attivabili teoricamente appena 42.000 contratti di formazione specialistica, con una carenza – nelle sole strutture del servizio sanitario nazionale – di almeno 15.000 specialisti, che rischia di ulteriormente aggravarsi per effetto delle disposizioni che consentono il pensionamento anticipato (c.d. “quota 100”).

     Pare perciò evidente come il modello adottato nel 1999, al di là delle intenzioni, si sia rivelato dannoso rispetto alle esigenze del paese, non solo nell’ambito sanitario ma anche più in generale rispetto all’obiettivo, comunemente avvertito, di accrescere il livello della qualificazione generale della forza lavoro, assicurare ai giovani opportunità d’inserimento professionale, garantire la copertura delle esigenze del sistema sanitario.          

Per tutte queste motivazioni all’ARS è in discussione una proposta di legge che ha come obiettivo ultimo di abrogare le disposizioni in materia di “numero programmato” per l’accesso ai corsi universitari di cui agli articoli da 1 a 5 della legge 264/1999 a decorrere dal primo anno accademico utile, facendo ovviamente salva la posizione degli studenti già ammessi (inclusi quelli ammessi in virtù di ordinanze e provvedimenti anche cautelari del giudice amministrativo).

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1 risposta

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    Giovanni

    togliere il numero chiuso nelle Universita’ significa consentire l’accesso a tutti coloro che lo desiderano. E’ una inziativa sacrosanta.

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