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“Le parole di Paolo sono profetiche perché la mafia in questi anni ha cambiato strategia, il pericolo maggiore è rappresentato dall’infiltrazione nelle istituzioni e nelle amministrazioni pubbliche. Forse allora questo fenomeno non era così evidente come lo è adesso. Oggi, infatti, non esiste regione del nostro Paese che sia immune da questo cancro e se non lo si aggredisce, si espande, entra in metastasi e distrugge tutte le cellule dell’organismo. Ed è quello che è successo in Italia”. Salvatore Borsellino prende spunto dalle parole del fratello Paolo – ucciso dalla mafia il 19 luglio di 29 anni fa – contenute in un’audio inedito, pubblicato in esclusiva da Agi, registrato durante un convegno del gennaio 1989 e ritrovato negli archivi dell’Istituto siciliano di studi politici ed economici.

Una riflessione sul tema della lotta alla mafia che prende in esame le responsabilità della politica e delle istituzioni che avrebbero giocato un ruolo importante, per il fratello del magistrato assassinato in via d’Amelio il 19 luglio 1992 assieme ai cinque agenti della sua scorta, sulle omissioni e i depistaggi che hanno tenuta nascosta la verità in tutti questi anni. Uno Stato che “non merita fiducia” proprio perché a 29 anni di distanza ancora “non si è indagato a sufficienza” su molti punti rimasti oscuri, a partire “dalla presenza dei servizi nella strage e su chi veramente ha ordito certe mistificazioni”.


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Ragiona Salvatore Borsellino: non si possono processare per depistaggio tre funzionari di polizia quando sicuramente “un’operazione del genere deve arrivare da una catena di comando molto più ampia ed estesa”. Ma era coinvolto tutto lo Stato? “Non tutto – dice ancora ad Agi – perché lo Stato è anche mio fratello e gli agenti della sua scorta. Purtroppo c’è anche un’altro Stato che è tutt’altra cosa, quello Stato deviato che sicuramente ha partecipato all’organizzazione dell’eccidio”.

Dubbi e interrogativi senza risposta che ricalcano le conclusioni a cui è giunta la commissione regionale Antimafia dell’Ars che, proprio in questi giorni, ha lanciato un allarme preoccupante rispetto al rischio che i depistaggi sulle indagini della strage siano ancora in corso. “Questo è un pericolo assolutamente vero che condivido e il libro ‘Nient’altro che la verità’ io l’avrei intitolato ‘nient’altro che un depistaggio'”, puntualizza Borsellino con riferimento alla ricostruzione della strage fatta dal collaboratore di giustizia Maurizio Avola nel volume di Michele Santoro – avrà collaborato in passato con la giustizia, ma per me è un inquinatore di pozzi, cerca solo di rendersi gradito ai servizi per rientrare sotto il programma di protezione”. Avola, quindi, cercherebbe di “eliminare la presenza di uomini dell’intelligence dalla scena della strage quando non soltanto si trovavano in via d’Amelio ma che hanno diretto la cabina di regia del depistaggio fin dall’inizio, a partire dalla sottrazione dell’agenda rossa di Paolo”. Silenzi che ruotano attorno anche alla scomparsa dell’agenda del magistrato su cui “non si è mai indagato fino in fondo perché non si vuole investigare nella direzione dei servizi in quanto lo Stato non vuole inquisire sé stesso”.

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