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In questi giorni, al centro di polemiche e riflessioni troviamo il Catcalling, il triste fenomeno delle molestie di/per strada. L’acceso dibattito è iniziato da uno sfogo di Aurora Ramazzotti sul suo profilo social. Scopriamo insieme di che si tratta.

«Non sai che ti farei», «Mi fai impazzire», «Vieni qui!». Quanto spesso le donne si sono sentite dire queste frasi? E quanto spesso ancora altri li hanno classificati come complimenti? Riconoscere il catcalling sta proprio in questo: se il commento che sentiamo pronunciare da un estraneo ci intimidisce, non è un complimento ma una molestia.

Catcalling: l’origine della parola

Secondo l’Accademia della Crusca, il termine “catcalling” è attestato col suo significato attuale dal 1956. Prima di allora, significava per lo più “grido, lamento”, indicando l’atto di fischiare a teatro gli artisti sgraditi per mostrare disapprovazione.

Catcalling: cos’è

Il catcalling è per definizione una molestia sessuale, prevalentemente verbale, che avviene in strada: fischi ed apprezzamenti di cattivo gusto che non hanno nulla di gradito. Infatti, più dell’88% delle donne li ritengono estremamente umilianti ed intimidatori. Comportamenti molesti che le rendono insicure e minacciate da un occhio scrutatore che mette al centro il loro abbigliamento o il loro aspetto. Non è affatto piacevole sentirsi un corpo squadrato e commentato alla pari di un oggetto in vetrina.  Si tratta di una vessazione bella e buona.

La denuncia di Aurora Ramazzotti

A riportare il catcalling all’attenzione di tutti è Aurora Ramazzotti, figlia di Michelle Hunziker e del cantante Eros. La ragazza ne è stata vittima durante una sua seduta di jogging al parco e ha rilasciato il suo sfogo alle sue Instagram Stories, indignandosi pubblicamente: “È assurdo che nel 2021 si verifichino ancora di frequente certe situazioni. Fischi, commenti sessisti, davvero una schifezza”. «Se sei un persona che fa catcalling, sappi che mi fai schifo», conclude la giovane.

Catcalling: i dati

Nel 2015, lHollaback! e la Cornell University hanno pubblicato i risultati del loro studio internazionale sul catcalling, basandosi sull’impatto del fenomeno sulle donne. La maggior parte di loro, dopo averlo subito ripetutamente, ha riportato sentimenti di ansia, depressione e bassa autostima. Inoltre, circa la metà delle donne intervistate ha dichiarato di esser stata molestata per la prima volta tra gli 11 e i 14 anni. l’Italia conta il 79% di donne molestate prima dei 17 anni, confermandosi il Paese con il maggior numero di giovani adolescenti vittime di vessazioni sessiste, con importanti ripercussioni emotive


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Catcalling e i governi

Nel 2018, il governo francese ha approvato una legge che dichiara punibile il catcalling, su strade e sui mezzi di trasporto pubblico, con multe fino a 750 euro, oltre alla mora per comportamenti definiti più aggressivi. Anche in altri Paesi il comportamento è punito, come in alcuni Stati dell’America o nelle Filippine. In Italia, al contrario, il catcalling non è ancora riconosciuto come una vera e propria violenza psicologica, quale invece è, rimanendo impunito. Chi lo compie, non è altro che considerato un corteggiatore respinto che ha cercato di conquistare o di relazionarsi con una donna.

Le campagne di sensibilizzazione

Sono tante le iniziative di gruppi di attivisti che mirano a sensibilizzare l’opinione pubblica e i governi sul tema del catcalling. Agire direttamente sulla cultura nella quale nasce un atteggiamento offensivo piuttosto che punirlo senza una prevenzione alcuna, è fondamentale. A Torino, nasce così il #BreakthesilenceITA. Dall’idea di tre studentesse piemontesi, il movimento anti-violenza nasce con l’intento di sensibilizzare quanta più gente possibile, raccogliendo storie di catcalling e condividendole in forma del tutto anonima sui vari social.

Perché ignorare il catcalling è pericoloso

Ignorare il fenomeno del catcalling è estremamente pericoloso per le donne. Può comportare forti sensi di colpa ed insicurezza, innescando quel marcio meccanismo che porta a pensare che le molestie siano causate da proprie scelte circa l’abbigliamento o l’atteggiamento, o che ancora non siano state percepite come tali perché incapaci di riconoscere un complimento. Questa errata percezione porta la vittima ad un’ennesima limitazione della libertà individuale, sentendosi obbligata a cambiare le proprie abitudini non frequentando più determinati posti o non indossando ciò che preferisce. Se nessuna interviene, la molestia viene normalizzata, ed è un passo che non possiamo permetterci. Perché, appunto, i complimenti sono altra cosa e le donne lo sanno. Quando, invece, lo capiranno gli uomini?

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A proposito dell'autore

Cristina Riggio

Laureata in Giurisprudenza a Palermo con una tesi di diritto penale, non ho mai abbandonato la mia passione per la scrittura. Curiosa ed ambiziosa, cerco di rinnovarmi continuamente.

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