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Il ministro dell’Università e della Ricerca in una lunga intervista a Huffpost: “Stanziati 290 milioni per evitare calo iscritti”… “Test di Medicina sarà in presenza, a settembre riapriamo le aule”… “Risorse del Recovery Plan alla ricerca, se non investiamo non saremo competitivi”

Test medicina. “Gli esami telematici non devono essere eccessivamente invasivi della sfera privata dello studente. Una sola webcam deve poter bastare, e se cade la connessione durante la prova il docente deve avere la flessibilità per valutare il da farsi”. Contro gli atenei sceriffi e i requisiti tecnologici che minacciano di trasformare la sessione estiva in un Grande Fratello, si esprime in questa intervista ad HuffPost il ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi. Secondo cui la parola chiave deve essere “fiducia biunivoca”, nella convinzione che una sessione seria sia interesse soprattutto degli studenti. Far finta che il Covid non abbia stravolto l’università, del resto, è impossibile. E la priorità, in questo momento, deve essere allargare le maglie, “includere”, non certo terrorizzare e respingere. “Il mio augurio è che nessuno venga lasciato indietro: nessuno studente deve rinunciare a iscriversi all’università perché la sua famiglia ha visto crollare il proprio reddito a causa della pandemia. Abbiamo messo in campo degli strumenti in tal senso, stiamo lavorando con grande impegno”.

Tra crisi economica e recessione sociale, c’è il rischio di una fuga delle matricole con una possibile caduta del 20%. Come ministero, avete lanciato un “intervento sul diritto allo studio”. Di cosa si tratta? Quante risorse sono previste?

“In tutto abbiamo stanziato 290 milioni di euro. L’intervento sul diritto allo studio si dirama in tre direzioni: riduzione delle tasse, aumento del fondo per le borse di studio, contributi agli studenti per affrontare il digital divide. Questo intervento riguarda sia le università che l’alta formazione artistica e musicale: i conservatori, le accademie di belle arti. Le altre crisi economiche hanno sempre avuto un calo delle matricole. Io mi auguro che questa volta non sia così, o che questo calo sia molto limitato, perché significherebbe che i nostri giovani, le nostre famiglie vogliono scommettere sul futuro. È il miglior segnale che possiamo dare per la ripartenza del Paese. Ce lo auguriamo tutti e ci stiamo lavorando con grande impegno”.

Sul fronte delle tasse, tipicamente si fa riferimento all’Isee (strumento che misura la condizione economica delle famiglie), che però è basato sui redditi di due anni fa, mentre ora abbiamo di fronte un mondo completamente diverso rispetto a 4 mesi fa. Come vi state muovendo?

“Per quanto riguarda l’Isee, faremo un doppio intervento. Uno di tipo orizzontale, rivolto a tutte le categorie in base all’Isee tradizionale, e uno verticale: daremo un budget alle università che potranno gestire in maniera autonoma. L’obiettivo è cercare di dare una risposta alle categorie che sono state maggiormente colpite dalla crisi, utilizzando degli strumenti ad hoc tra cui ad esempio l’Isee corrente, che è una possibilità. In questo modo puntiamo a dare un sostegno a coloro che hanno avuto un calo di reddito molto significativo ma che attraverso lo strumento dell’Isee tradizionale non sarebbero intercettati. Mi riferisco ad esempio ai ristoratori o a chi vive di attività turistiche: tutte persone a cui il Covid ha stravolto letteralmente i conti e il bilancio familiare. Ecco, i loro figli, se vogliono, devono poter andare all’università”.

Un tema fondamentale è quello del digital divide. Quali interventi volete mettere in campo? Qual è il ruolo del ministero e quale quello delle Regioni?

“Il punto di partenza è che la connessione, oggi, è diventata un diritto. Il ministero ha destinato un budget di 20 milioni al contrasto del divario digitale. In alcuni casi, su questo tema sono intervenute anche le Regioni con appositi stanziamenti. Bisognerà assicurarsi che, laddove c’è stato un contributo regionale, non vi siano sovrapposizioni con gli interventi delle università, nel senso che non si potrà sommare i due bonus”.

Per la prima volta, la sessione estiva di esami si svolgerà quasi interamente online. Secondo le linee guida di alcune università, se cade la connessione l’esame viene annullato. È una prospettiva che spaventa molto gli studenti, soprattutto quando si tratta di lunghi esami scritti. Qual è la posizione del ministro al riguardo?

“Sugli esami telematici la considerazione da fare è che dobbiamo avere serietà negli esami, ma questo deve venire da una fiducia biunivoca. Da un lato le università non devono essere troppo severe, imponendo strumenti eccessivamente invasivi; dall’altro ci vuole serietà da parte degli studenti, perché un esame serio è nell’interesse di tutti, come diceva ieri lo studente di Tor Vergata che avete intervistato. Ho trovato molto saggia la sua riflessione sul non voler essere etichettato come “laureato del Coronavirus”: da questo punto di vista, credo che gli studenti debbano essere i primi garanti del valore dei propri titoli accademici. Da parte degli atenei e dei singoli docenti, ci vuole flessibilità: gli studenti hanno ragione, non si può rischiare una bocciatura se la rete non tiene”.

Ogni università sta adottando le proprie regole anche sul setting tecnologico da predisporre per poter partecipare agli esami telematici. Alcuni atenei del nord richiedono il Sistema Proctoring, che trasforma la stanza in una sorta di Grande Fratello. Altri prevedono comunque che si disponga di due dispositivi e due webcam, inquadrature a tre quarti, frontali, scanner, e così via. Non è un po’ troppo?

“Tutti questi requisiti mi sembrano esagerati. Tenderei ad avere delle regole più flessibili, dando fiducia allo studente. Una webcam deve poter bastare. Dal monitoraggio che abbiamo fatto, sugli esami orali non sono emersi grandissimi problemi: tutto si è svolto in maniera abbastanza regolare. Sugli scritti invece ci sono stati più problemi perché sono state utilizzate piattaforme di vario tipo, che in alcuni casi sono invasive rispetto alla sfera dello studente”.

Test medicina. Come avverranno i testi di ammissione?

“Io posso parlare per i test a livello nazionale, che dipendono dalla competenza del ministero. Il test di Medicina si farà in presenza. Stiamo lavorando dal punto di vista logistico per avere più sedi in cui effettuare il test e fare in modo che ogni candidato possa svolgerlo nella propria provincia, senza doversi spostare in maniera significativa. Questo per garantire una maggiore sicurezza dal punto di vista sanitario”.

L’università è anche luogo di incontro, ecosistema che vive di relazioni. Quando sarà possibile, in base alle vostre previsioni, tornare a vivere fisicamente tutto questo?

“Il prima possibile. Sicuramente settembre sarà in aula: le università riapriranno con appositi modelli organizzativi e orari volti a garantire il rispetto del distanziamento fisico. Allo stesso tempo bisognerà garantire e migliorare i servizi telematici per chi avrà più difficoltà a frequentare in presenza, come gli studenti che arrivano dall’estero e i fuori sede. Da un lato dobbiamo avere l’aula, dall’altro dobbiamo assicurare un servizio telematico di qualità. Su questo faremo un sistema blended, che guarderà a tutto il sistema nazionale anche con un’interconnessione tra università, nel senso che chi non potrà raggiungere il proprio ateneo potrà appoggiarsi alla struttura telematica dell’ateneo più vicino. L’università si dovrà comportare come un grande sistema nazionale. Io mi auguro che già a luglio possano esserci alcune attività in sede, penso ad esempio alle lauree o a esami in piccoli gruppi: laddove è possibile coniugare sicurezza e presenza degli studenti, credo che questo vada fatto”.

La pandemia sta modificando geneticamente le nostre società, università inclusa. Quando finirà – o almeno smetterà di far paura – che università ci ritroveremo davanti? Quali cambiamenti sono destinati a durare?

“Credo che ci troveremo davanti un’università più forte perché esce da quest’esperienza con la consapevolezza di aver assolto alla sua funzione: le università hanno sempre operato, gli studenti hanno continuato a seguire le lezioni e a dare gli esami. Questo sicuramente è un dato molto importante. Sarà un’università più consapevole delle potenzialità di inclusione delle nuove tecnologie, se utilizzate in modo appropriato, e quindi più rivolta al futuro. L’università deve essere in grado di coniugare la sua tradizione di grande comunità fisica alle potenzialità di apertura e contaminazione derivanti da un uso saggio delle tecnologie. Solo in questo modo potrà entrare davvero nelle case e nella società, diventando il motore di un rilancio del Paese. È la grande scommessa per il futuro”.

Parliamo di ricerca. Spesso si tessono le lodi dei ricercatori italiani, ma si tralascia il fatto che sono tra i meno pagati e i più precari d’Europa. Eppure è scritto e dimostrato da tutte le parti che la ricerca è volano di crescita e innovazione. L’emergenza Covid, con tutti i suoi costi, ci farà arretrare ancora di più, o c’è un piano per rilanciare il Paese anche a partire dalla ricerca?

“Penso che questa sia l’occasione del Paese. Se il Paese non investirà nella ricerca e nei ricercatori, non avrà nessuna possibilità di essere competitivo. Questa emergenza ce l’ha dimostrato in maniera plastica. Abbiamo la necessità di fare un grande investimento in questo settore. I primi segnali ci sono stati, perché nel decreto Rilancio c’è un investimento significativo nella ricerca: parliamo di 250 milioni per 4.000 posizioni di ricercatori e 550 milioni per un grande piano di ricerca nazionale. Credo però che questo debba essere solo un punto di partenza. Utilizzando le risorse del Recovery Fund, il rilancio del Paese deve partire da due assi fondamentali: 1) un grande investimento nella ricerca, pubblica e privata, per la transizione digitale ed ecologica di tutto il nostro sistema produttivo; 2) un grande investimento nel diritto allo studio, perché noi siamo il Paese con il numero di laureti più basso d’Europa, e non ce lo possiamo più permettere. Se l’Italia non è in grado di cogliere queste due sfide, difficilmente potrà essere un Paese competitivo in futuro”.

Oltre alla paucità dei fondi stanziati per la ricerca, spesso viene criticata la mancanza di un coordinamento centrale di tutta la ricerca nazionale. Con l’emergenza Covid sono già stati avviati programmi specifici di finanziamento (es. Ministero Salute, alcune Regioni) ma ancora una volta la sensazione è che ognuno proceda per sé. Cosa andrebbe fatto per risolvere questo problema?

“Questo è un tema non solo italiano, ma anche europeo: come riuscire a coniugare un coordinamento strategico degli obiettivi della ricerca, con la necessità che la ricerca sia anche libera di svilupparsi autonomamente. Credo che in Italia ci sia la necessità di rafforzare il coordinamento; lo faremo con il Piano nazionale della ricerca che stiamo mettendo a punto come ministero. C’è poi la proposta di istituire un’Agenzia nazionale della ricerca: credo che possa essere uno strumento utile, se ben messo in campo, per migliorare il coordinamento sia a livello nazionale che l’interfaccia a livello europeo”.

Ad eccezione della ricerca biomedica, il lockdown ha costretto a casa anche i ricercatori. Ha senso parlare di smart working o è un’eresia?

“Io che sono un ricercatore, devo dire che molte delle mie attività di ricerca teorica le ho fatte anche da casa, o dovunque ero. Credo che la ricerca sia una di quelle attività che si fa in qualsiasi posto: non è un lavoro impiegatizio, è un lavoro di testa che però chiaramente richiede delle infrastrutture. Quando c’è ricerca sperimentale, non si può prescindere dal laboratorio e dalle sue strumentazioni. Per questo bisogna tornare il prima possibile in laboratorio, come si sta facendo”.

Cosa vorrebbe dire a uno studente che si appresta a fare la maturità, magari i genitori stanno attraversando difficoltà economiche, vive in una zona interna senza atenei… ed è indeciso se imbarcarsi o meno in questa avventura?

“Lo Stato deve aiutare chi non ha i mezzi per poter scegliere gli studi che vuole fare. Questo è un principio costituzionale che noi dobbiamo garantire. Stiamo cercando di farlo anche con questi investimenti ulteriori, e mi auguro che nessuno venga lasciato indietro e non abbia la possibilità di fare quello che desidera. Dal punto di vista delle prospettive, come Paese abbiamo attraversato tanti momenti difficili, ma chi ha investito sulla propria formazione e sul proprio futuro alla fine ha sempre vinto. Oggi tutti gli indicatori ci dimostrano che avere un titolo di studio superiore ci dà opportunità migliori di trovare un posto di lavoro qualificato con un salario migliore. Come è valso in passato, varrà a maggior ragione in futuro. Il consiglio che do è di guardare sempre lontano e di investire su se stessi perché è l’investimento migliore in assoluto”.

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