Anniversario di Norman Zarcone. “L’atto d’accusa di Norman non lascia scampo”. Questo un passaggio delle struggente e lucida lettera, indirizzata al presidente del consiglio Giuseppe Conte, del padre del dottorando in Filosofia dell’Università di Palermo, che si suicidò lanciandosi cadere dai locali della facoltà in viale delle Scienze nel 2010.

Ecco la lettera

Vede quegli occhi di bambino nella foto? Li vede? Vispi, gioiosi, espressivi. Quelli sono gli occhi di mio figlio Norman, morto a ventisette anni a causa di una malformazione congenita. No, sono certo che Lei abbia capito male. La ‘malformazione congenita’ che ha causato la morte di mio figlio non apparteneva a lui geneticamente, è dello Stato, si chiama mafia universitaria”. E’ un passaggio della lettera inviata al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, da Claudio Zarcone, il papà di Norman Zarcone, dottorando in Filosofia dell’università di Palermo, che si suicidò lanciandosi dai locali della facoltà in viale delle Scienze nel 2010 a 27 anni. 

“E parlo di ‘malformazione congenita’ – si legge – perché lo Stato, questo ca**o di Stato nel quale mi ostino a credere, non ha mai voluto estirpare la gramigna delle baronie universitarie, da ciò discende la mia convinzione che si tratti di qualcosa di congenito. Di incurabile. L’atto d’accusa di Norman non lascia scampo. Accetti questa sfida, esca dal silenzio, rifiuti il verbo complice dei suoi predecessori”.

Zarcone parla del figlio, delle esperienze negate, del dolore mai sanato per la sua perdita ma cita anche altre “storie” su cui vuole richiamare l’attenzione. Come quella di Luigi Vecchione. “Nel novembre 2018 – scrive Zarcone – Luigi Vecchione, 43 anni, stimato ingegnere meccanico che aveva lavorato a lungo come ricercatore all’Università La Sapienza di Roma, decide di suicidarsi. Come Norman. Proprio a questo rapporto con l’ateneo il padre attribuisce la decisione di suo figlio di farla finita. Questo perché Luigi, due anni prima, aveva sollevato un caso inviando un dettagliato esposto all’Autorità nazionale anticorruzione in cui denunciava l’esistenza di una vera e propria Concorsopoli all’interno dell’ateneo romano e di alcuni corsi tenuti a Viterbo. Segnalazione che l’Anac aveva a sua volta inoltrato alle procure di Roma e del capoluogo della Tuscia. Luigi aveva lavorato al suo progetto di ricerca fino al 31 agosto. Scaduto il contratto, l’incarico non gli era stato rinnovato anche se il progetto non era concluso. Avrebbe avuto bisogno di un altro anno per portarlo a termine. E poche ora prima di uccidersi ha voluto recarsi in questura, a Frosinone, insieme al suo avvocato’. Luigi muore di malauniversità, proprio come Norman”.

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