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Tra le tante maglie nere che la Sicilia va collezionando nelle varie classifiche nazionali, spicca quella relativa alle opere pubbliche rimaste incompiute. Quelle dell’Isola, infatti, rappresentano un quarto delle infrastrutture pubbliche mai portate a termine in Italia e con tempi di realizzazione superiori di oltre il 60 per cento rispetto a quelli medi nazionali.

Questa “fotografia” emerge sfogliando il rapporto sull’economia dell’Isola, realizzato da Bankitalia e i dati contenuti nell’ultimo aggiornamento dell’anagrafe pubblicato dall’assessorato alle Infrastrutture regionale. Un monitoraggio che certifica come le grandi opere siciliane, dalle grandi reti stradali agli interventi di consolidamento in scuole e strutture pubbliche, mai ultimate siano ancora 134. E scorrendo il report di Bankitalia, si scopre che “a parità di tipologia di intervento, settore, soggetto attuatore, fascia di costo e anno di decisione, nell’Isola i tempi di realizzazione e quelli di attraversamento tra una fase operativa e la successiva sono più lunghi rispettivamente di 16 e 8 mesi rispetto al resto del Paese”.

Oltre a un ciclo di realizzazione più lungo, la regione si caratterizza anche “per un’elevata quota di opere incompiute sul totale nazionale”. In base ai dati pubblicati dal ministero delle Infrastrutture, infatti, un “quarto delle opere incompiute censite a fine 2017 era localizzato in Sicilia e, come nel resto d’Italia, la maggior parte delle opere riguardava il settore delle infrastrutture sociali”. L’avanzamento finanziario delle opere incompiute, misurato dal rapporto tra l’importo dei lavori realizzati e il costo complessivo, era in media “del 40,7 per cento in Sicilia, rispetto al 57,8 in Italia; in regione tuttavia la quota di opere dichiarate incompiute con un avanzamento superiore al 75 per cento era significativamente maggiore della media nazionale”.

Sicilia “regina” delle opere pubbliche incompiute

Tra le cause principali alla base del mancato completamento dell’opera, sia in Sicilia sia in Italia, “l’esaurimento di fondi” mentre nell’Isola erano meno frequenti, rispetto alla media nazionale, motivazioni legate “a cause tecniche o al mancato interesse al completamento, mentre erano relativamente più probabili cause dipendenti dall’entrata in vigore di nuove norme”. Un quadro tuttavia parziale perché accanto a questi interventi censiti, che dovrebbero essere in via di realizzazione, ne esistono molto altri sparsi per la Sicilia e il cui futuro appare ancora incerto.

A esempio, la diga di Gibbesi, in provincia di Caltanissetta e quella di Blufi in provincia di Palermo. Poi c’è il caso della strada statale Nord-Sud, la 117 bis che dovrebbe congiungere Santo Stefano di Camastra a Gela, in costruzione da circa 50 anni. E ancora l’ex Ciss di Pergusa, un fabbricato distribuito su tre piani e in grado di ospitare 150 persone, del quale si era tornato a parlare in questi mesi per un possibile riuso come centro Covid.

Infine, la diga di Pietrarossa, a cavallo delle province di Catania ed Enna, i cui lavori sono iniziati alla fine degli anni ’90 e poi subito arenati. Fino allo scorso anno quando la Regione ha aggiudicato, in via provvisoria, la gara per la progettazione definitiva ed esecutiva, ma non sono mancate anche in questo caso le polemiche. Un’opera “inutile e anzi dannosa sia per i costi ambientali sia perché potrebbe sommergere un’area che custodisce la presenza di un importante sito archeologico”, sottolinea Giuseppe Amato di Legambiente Sicilia.

“Le opere spesso vengono progettate senza stabilirne la sostenibilità ambientale ed economica – aggiunge – e invece, si dovrebbe puntare alla ricomposizione territoriale: non più gigantesche infrastrutture ma piccole opere in grado di garantire uno sviluppo il più possibile diffuso sul territorio”. Un paradosso in una terra dove da decenni una delle opere più desiderate, e allo stesso tempo più discusse, è ancora il ponte sullo Stretto.

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