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Don Tano seduto su una montagna di merda è l’immagine più semplice e forte con la quale si possa descrivere Cosa nostra in Sicilia. È un messaggio diretto, grottesco, alla portata di tutti. È come dire il Re è nudo, guardatelo tutti, è proprio lì, ridicolo nella sua baldanzosità tra la folla. Per aver detto ad un re nudo, d’essere nudo, 42 anni fa Peppino Impastato, è stato brutalmente ammazzato a Cinisi, un paese in provincia di Palermo. È stato assassinato e poi messo sulle rotaie della ferrovia perché del suo corpo non restasse niente. Questa è la mafia. Questo cancro omicida che ha condannato la nostra terra, che l’ha resa orfana delle sue migliori voci, che l’ha soggiogata alla smania di potere e soldi di pochi, infimi omuncoli. Peppino aveva 30 anni, era un ragazzo intelligente, libero, coraggioso. Con la sua voce, amplificata dalle onde di una radio locale, denunciava con arguzia e satira i boss locali, sognando una Sicilia nuova, libera e bella. Cantava la bellezza e condannava chi, con spocchia, ignoranza e violenza, aveva costruito solo brutture, paure e morti. Peppino non era nato libero ma aveva deciso d’esserlo: il suo cognome era quello di una famiglia mafiosa della cittadina, una di quelle sotto l’egida del capó locale, Tano Badalamenti – condannato quasi 20 anni dopo all’ergastolo per l’omicidio di Peppino, oltre che ad una serie di ulteriori condanne associazione mafiosa e traffico internazionale di stupefacenti – che per Peppino, però, era solo Don Tano Seduto si, sopra una montagna di merda. Quei “cento passi“, raccontati magistralmente da Marco Tullio Giordana, che separavano (e separano ancora oggi) la casa di Peppino Impastato dalla casa di Badalamenti (oggi confiscata dallo Stato italiano e adibita a museo memoria Peppino Impastato), sono l’emblema della promiscuità, della contiguità fisica tipiche della nostra terra. Santi e diavoli, eroi e vermi, giustizia e mafia. Ma non c’è nulla di romantico in questa società così contraddittoria ancora a tratti ancorata alla legge del più forte. Da una parte, infatti, c’è il bene, dall’altro il male: è una classificazione oggettiva che non lascia spazio ad indulgenza alcuna. La mafia, insomma, è una montagna di merda, sempre, in ogni sua anche timida esternazione e Peppino lo aveva capito, combattendola con le armi più potenti date ai civili, la rettitudine del comportamento, il coraggio della parola e la costruzione della bellezza.
Ciao Peppino.

Vi lasciamo con la celeberrima canzone dei Modena City Ramblers

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A proposito dell'autore

Rosa Rita Bologna

Ho 29 anni, una laurea in giurisprudenza e dopo l'abilitazione in Avvocatura ho preso un'altra strada lavorativa. Il mondo universitario, però, pieno di potenzialità e contrasti resta un interesse fisso capace di unire l'amore per la scrittura all'entusiasmo di progetti sempre nuovi e frizzanti.

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