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“Questo è il paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere”. Così diceva Giovanni Falcone, il 12 gennaio 1992, in una trasmissione televisiva a seguito di una domanda dopo il fallito attentato alla sua villa all’Addaura.

21 giugno 1989

Il 21 giugno 1989 è il giorno in cui il giudice Falcone iniziò a morire. Gli uomini della sua scorta trovarono una borsa da sub piena di candelotti esplosivi nella sua villa all’Addaura. Vicino la piattaforma da cui si tuffava. Alcuni dissero che se l’era messa da solo. Per ottenere una promozione o ancora “per farsi pubblicità”, cercando di screditare in ogni modo la sua immagine. Secondo gli esperti, se la bomba fosse esplosa “gli effetti devastanti si sarebbero avuti almeno nel raggio di una cinquantina di metri”.

La casa all’Addaura e le indagini di Falcone

Il giudice Giovanni Falcone aveva affittato all’Addaura, noto borgo marinaro del palermitano, una casa per le vacanze estive. I due giudici svizzeri, Carla Del Ponte e Claudio Lehmann, erano suoi ospiti per qualche giorno. Con loro, stava svolgendo gli interrogatori per l’indagine “Pizza Connection”, l’inchiesta giudiziaria sul traffico di droga che voleva dimostrare i legami tra Palermo e gli Usa. Personaggio cardine dell’indagine era Oliviero Tognoli, il riciclatore che, per primo, aveva confidato l’implicazione di Bruno Contrada, alto funzionario dei servizi segreti, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.


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L’omicidio di Nino Agostino

Fra i misteri legati a quel 21 giugno 1989, c’è l’omicidio dell’agente Nino Agostino, della moglie Ida Castelluccio e del figlio che portava in grembo. Io a quel ragazzo gli devo la vita, così Falcone parlava di Agostino, che con ogni probabilità aveva ottenuto informazioni di massima importanza sul mancato attentato. La sera dell’omicidio, in una perquisizione, furono fatti sparire degli appunti che riguardavano proprio delle importanti indagini che il poliziotto stava conducendo sull’Addaura. A marzo del 2021, per il duplice omicidio viene condannato all’ergastolo il boss Nino Madonia.

Attentato all’Addaura: le indagini

Nel 1993, un anno dopo la morte di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, il maresciallo Francesco Tumino, artificiere dei carabinieri ripreso dalle telecamere mentre disinnescava i candelotti, fu indagato ed infine condannato per favoreggiamento e per aver reso false dichiarazioni al pubblico ministero. Dopo alcuni anni di indagini, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Giovan Battista Ferrante e Francesco Onorato portarono al rinvio a giudizio dei boss mafiosi Salvatore Biondino, Salvatore Riina, Antonino Madonia, Vincenzo e Angelo Galatolo, indicati come i responsabili del fallito attentato. Agli atti risulta che Totò Riina fornì l’autorizzazione a consegnare a Madonia l’esplosivo da impiegare nell’attentato. Lo stesso esplosivo utilizzato nella Strage di via D’Amelio, il 19 luglio 1992.

La svolta

Nel 2008, vennero riaperte le indagini in seguito alle dichiarazioni di altri due collaboratori di giustizia, Angelo Fontana e Vito Lo Forte. In particolare, Fontana (ex mafioso dell’Acquasanta) confessò di aver partecipato all’esecuzione dell’attentato insieme ad alcuni mafiosi del suo emendamento e di Resuttana, guidati dal cugino Angelo Galatolo e dal boss Nino Madonia. Da quest’ultimo partì il segnale di rientrare, dopo che aveva notato la presenza della polizia. Galatolo, appostato dietro uno scoglio per azionare il telecomando che doveva provocare l’esplosione, si gettò in mare per timore di essere scoperto, perdendo il telecomando in acqua. Nel 2011, un pool di periti nominati dal gip di Caltanissetta ha determinato che il Dna estratto da una maglietta ritrovata sul luogo del fallito attentato, apparteneva ad Angelo Galatolo, confermando le dichiarazioni del collaboratore Fontana.

Non solo la mafia

Il fallito attentato all’Addaura è stato un grossolano errore della Mafia”, così affermava Giovanni Falcone. Ma dall’inchiesta emergono dati che proverebbero un coinvolgimento di entità esterne a Cosa Nostra. Si è parlato molto dei Servizi segreti, una parte di Stato deviato che molti collaboratori di giustizia hanno nominato nelle loro dichiarazioni. Un legame, quello tra Stato e Mafia, che dal quel giorno ritroveremo più volte e che purtroppo, ancora oggi, non trova chiare risposte.

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Laureata in Giurisprudenza a Palermo con una tesi di diritto penale, non ho mai abbandonato la mia passione per la scrittura. Curiosa ed ambiziosa, cerco di rinnovarmi continuamente.

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