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Pubblichiamo un lettera aperta sul fattoquotidiano.it con la quale i docenti universitari si rivolgono al ministro e ai rettori degli atenei italiani

In forma di lettera aperta.

Illustre ministro, cari colleghi rettori,
in questi giorni, così amaramente difficili, abbiamo letto mirabilie sul nostro sistema universitario. Abbiamo letto che “l’Università regge”, che “nessun giovane perderà tempo”, abbiamo letto dell’eccellenza della ricerca medica, tirata in ballo non per la sua strenua rincorsa, ma per sostenere come la lotta al virus potesse contare su armi eccezionali.

Insomma, abbiamo ascoltato una interpretazione tutta tesa a descrivere la straordinaria capacità universitaria di far fronte a una sfida perfettamente affrontabile. Non abbiamo sentito nulla sulla realtà rocambolesca di questi sforzi, né tantomeno sulle difficoltà croniche di finanziamento e di funzionamento che tenevano già in grave tensione il sistema universitario (come, del resto, il sistema sanitario).

Un singolare approccio trionfalistico.

Tuttavia, siamo anche noi orgogliosi. Nel senso che sentiamo gratitudine perché se l’ “Università regge” (se cerca comunque di reggere) ciò dipende soprattutto dalla dedizione, dal lavoro e anche da una generosa improvvisazione di chi negli Atenei lavora, a tutti i livelli, anche in condizioni estreme. E continua a lavorare, con motivazione profonda, pur vedendo da molti anni il sistema “picconato” da ogni lato, sommerso da procedure burocratiche sempre più assurde che provano in ogni modo a distoglierlo dalle sue funzioni: ricerca, didattica, riferimento per la società. Ciò avviene perché le funzioni formative, didattiche e sociali sono radicate in modo profondo nelle persone che svolgono quel mestiere, nonostante ogni tentativo di recidere quelle radici.

Leggiamo anche che si starebbe pensando di usare questa drammatica emergenza come un volano. La grande “prova generale” per trasformare lo “stato di eccezione” in normalità. Si pianifica sin d’ora l’uso permanente di surrogati telematici al posto della didattica in presenza. Una comoda soluzione anche per la carenza d’aule e il rapporto numerico docente/studenti.

D’altro canto è una tentazione inarrestabile per un manovratore che si trova particolarmente libero dal vincolo di condivisione delle scelte: premere sull’acceleratore dei suoi piani, cogliendo nella crisi sanitaria un’opportunità (senza aver troppe mosche al naso). E poi, qualsiasi rettore sa bene che il personale universitario si mobilita raramente e spesso sembra un ventre molle, assuefatto a incassare ogni colpo, come un sacco da allenamento per boxeurs in quarantena…

Perché mai, quindi, non cogliere un’occasione? Perché mai non procedere (così come con la privatizzazione della sanità) verso un sistema nazionale con un numero sempre più ridotto di “hub” di riferimento, in competizione tra di loro per eliminarsi a vicenda?

Il tutto – che male c’è? – progettando di lasciare molte migliaia di studenti ancora a lungo (o per sempre?) incollati agli schermi del pc di casa 10 ore al giorno, satelliti connessi con reti traballanti ma sempre più sconnessi dalle relazioni sociali e dalla prossimità umana che caratterizza l’esperienza universitaria, magari avendo anche la protervia di presentare pubblicamente la cosa come una grandiosa e splendida novità, il progresso “in loro favore”.

Chiunque abbia avuto la fortuna di esercitare l’antica arte dell’insegnamento, del trasferimento di conoscenze ed esperienze, sa che la didattica a distanza è una pallida alternativa non in grado di restituire la pienezza di un’azione educativa e pedagogica. Ma quanti proclami ascolteremo ancora per indurci a scambiare un fantasioso sperimentalismo di mezzi con il nostro fine formativo?

Che sia in corso un tentativo per trasformare “l’emergenza in opportunità” di portare avanti la dissennata politica universitaria in atto da almeno un paio di decenni in questo Paese risulta plasticamente se si mette assieme questo acritico entusiasmo per la didattica a distanza con l’indefesso procedere organizzativo dell’Anvur nell’organizzazione dello stolido esercizio di valutazione della qualità della ricerca (VQR).

Attenzione: la VQR non è solo una valutazione del lavoro dei ricercatori/docenti; esso è anche – e soprattutto – un orientamento per la distribuzione delle risorse (posti e finanziamenti). E quindi perché mai un perverso, ottuso e disfunzionale meccanismo di distribuzione dei finanziamenti su un sistema sottofinanziato dovrebbe essere fermato? Perché mai levare le zavorre agli atenei nello tsunami? Suvvia, così si aumenta la selezione darwiniana!

Lo stolido blocco Anvur/Crui/Miur, non si smentisce neanche nella tragedia attuale; non senza provocarci genuino stupore, accompagnato a profonda irritazione.

Nominatosi interprete delle comunità universitarie (ovviamente senza consultarle per nulla, siamo nell’emergenza) persegue ancora la strada del rigore travestito da meritocrazia. Si cimenta con un certo godimento nell’obiettivo di modificare le modalità didattiche (perché, sapete, c’è l’emergenza); ma continua imperterrito i giochi competitivi valutativi (perché, sapete, l’emergenza per quello non conta).

Una emergenza da vedersi quindi in modo elastico: serve a imporre cambiamenti estremi, senza discussioni; oppure a mantenersi nel business as usual, senza discussioni. L’emergenza a geometria variabile, a seconda del tema e del momento.

A noi non piace questo uso perverso di una grave emergenza reale. Vogliamo che la si guardi in faccia e si osservi bene ciò che regge (con fatica) e ciò che non regge. Noi lo vediamo. Chi invece ha in mente di fare di questa storica emergenza sanitaria e sociale non una vera occasione di riflettere e ripensare le politiche accademiche, ma una occasione tattica per accelerare i progetti che erano già nel cassetto (ovviamente virtuale) si accorga per tempo della miseria di questa intenzione

Crediamo con forza nel fondamentale ruolo degli Atenei, nello sviluppo del territorio e nella formazione di cittadine e cittadini consapevoli e competenti. Con tante e tanti colleghi abbiamo fatto, facciamo e faremo l’impossibile per loro e per questi valori. Adesso a maggior ragione.

Chi ha in mente un’idea di docenti/ “droni” della didattica o della ricerca, buoni per esser pilotati a distanza verso singoli obiettivi, anziché docenti/interpreti attenti della realtà (che l’attuale realtà con forza ci richiede) non ha in mente l’Università (universi cives) che abbiamo in mente noi; e ci troverà, come dieci anni fa (29 aprile 2010), fermamente indisponibili.

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