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Negli ultimi tempi, con la crescita esponenziale del ricorso a videoconferenze e alla DAD, il fenomeno dello “zoombombing” prende sempre più piede. Si tratta di vere e proprie intrusioni informatiche nelle riunioni online: “Una premessa è doverosa – spiega all’Agi Alessio Pennasilico, del Comitato scientifico Clusit, l’Associazione italiana per la sicurezza informatica – Il fenomeno in sé non è nuovo, risale almeno agli anni ’90, quando chattando con gli amici capitava sempre quello che provava a buttarti fuori in qualche modo. Più gente in collegamento c’è, più aumenta la possibilità che qualcuno decida di disturbare, per gioco, per dispetto o per ‘bullismo’. La tecnica è la stessa, gli strumenti si sono evoluti. E con il Covid è entrata prepotentemente nella vita di milioni di famiglie l’ormai famosa dad, la didattica a distanza, che per i ‘disturbatori’ occasionali o seriali è una formidabile vetrina”.

Negli scorsi giorno giorni, ad esempio, tre giovani (uno dei quali minorenne) sono stati iscritti nel registro degli indagati perché sorpresi a far parte di gruppi Telegram ed Instagram creati apposta per interrompere sistematicamente le lezioni di diverse scuole su tutto il territorio nazionale. “La Polizia postale non ha tempo da perdere nel cercare di trovarci” scrivevano sui social prima di ritrovarsi accusati di reati quali interruzione di pubblico servizio e accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico.

I rischi dello “zoombombing”

“Qui siamo già ad un livello ‘superiore’, con tanto di denunce ed indagini – ammette Pennasilico – ma nella realtà quotidiana i videodisturbatori sono la riproposizione digitale di quelli in carne e ossa che da sempre ci sono in qualsiasi classe: quelli destinati a finire dietro la lavagna o fuori dall’aula. Perché per far perdere il filo ad un docente che spiega ‘da remoto’ o far saltare una interrogazione programmata non c’è bisogno di chissà quali infrastrutture o di particolari competenze tecniche: quel poco che serve si compra o si affitta sul web a cifre contenute. E chi si ‘intrufola’ senza averne titolo nell’ora di inglese o di italiano e’ ‘parente stretto’ di chi si inserisce all’interno di una fotografia, all’insaputa di chi la scatta o di chi viene inquadrato, solo per rovinarne il risultato. Dal ‘photobombing’ allo ‘zoombombing’ il passo e’ breve”.

Il quadro naturalmente si complica quando la goliardia, la scarsa educazione o anche solo il tentativo estremo di scansare un brutto voto cedono il passo a qualcosa di molto più pericoloso, più simile ad un attacco hacker vero e proprio: nel gennaio scorso un gruppo di persone e’ entrato in massa nella videopresentazione di un libro sulla Shoah urlando insulti antisemiti e minacce accompagnate da immagini di Hitler e di svastiche. Ma casi analoghi, per lo più a sfondo razzista e antisemita, erano stati segnalati anche nei mesi precedenti, in diversi Paesi. 


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In pieno lockdown a lanciare un alert sul fenomeno ha provveduto addirittura l’Fbi: con tanto di invito ufficiale alle vittime di “teleconference hijacking” a segnalarlo all’Internet Crime Complaint Center del bureau. “Impossibile azzardare delle stime – continua Pennasilico – anche perché se casi cowì eclatanti finiscono nel mirino delle autorità e diventano oggetto di inchieste, la stragrande maggioranza degli episodi resta invece circoscritta e al massimo finisce sul tavolo di qualche consiglio di classe”.

Come difendersi?

  • mantenere aggiornate app e programmi;
  • non lasciare a lungo le stesse password;
  • disabilitare l’accesso a certe funzioni audio e video (la condivisione del desktop, ad esempio);
  • comunicare per email e non via social il link di accesso.

“Le piattaforme più diffuse hanno annunciato di essere corse ai ripari – spiega Pennasilico – ma in realtà, se usato bene, lo strumento offre già tutta una serie di accorgimenti di base che rendono molto dura la vita allo zoombomber di turno. Alla fine e’ tutto un problema di configurazione: ma mentre in un evento pubblico, gestito da professionisti e aperto a tante persone e’ normale adottare certe cautele, è evidente che non puoi chiedere a un professore di mettere troppi paletti e di non interagire con la sua classe. E il rischio dell’eventuale Pierino diventa inevitabile”.

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