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Dopo la fase acuta della pandemia, con annesso lockdown che ha messo in ginocchio l’economia del nostro Paese e dopo una sorta di “ricreazione” estiva, culminata con la polemica post ferragostana dell’emblematica chiusura delle discoteche, stiamo nuovamente piombando in un periodo dove l’incertezza la farà da padrona. Se ci fosse una data certa della fine dell’emergenza Covid, sarebbe molto più semplice: certo, di danni ne ha provocati moltissimi, ma sarebbe più facile pianificare una ripartenza generale.

E’ stata “emblematica” la chiusura delle discoteche perché, in un certo senso, è stato il segnale di un ritorno all’amara realtà, un po’ per tutti, anche per chi le discoteche non le frequenta o le detesta. Quel senso di semi normalità che pensavamo fosse possibile almeno all’aperto, e invece ci siamo accorti che manco quello. Attualmente viviamo per lo più in ambienti aperti. Per capire cosa ci aspetta con l’arrivo del freddo basta entrare in posta o in banca, o salire su un mezzo di trasporto. Personalmente ho cercato di evitare il più possibile gli ambienti chiusi, sia per questioni di sicurezza, ma anche per posticipare il ritorno alla “normalità del Covid”, che a breve non potrò più evitare. Ho anche scelto di fare qualche gita in montagna, forse perché quell’ambiente incontaminato è quello che più assomigliava a quello dell’anno scorso.

Oltre a questa sensazione di “ricreazione” finita, osservo un generale nervosismo, sui social, ma anche in me stesso e in chi mi circonda. C’è moltissima gente che da marzo 2020 lavoricchia o non lavora affatto. Si è parlato tanto di discoteche, che però sono solo la punta dell’iceberg di un vastissimo universo di attività che hanno a che fare col pubblico. Direttamente o indirettamente, le categorie danneggiate dalle restrizioni e dai divieti di assembramento sono tantissime: concerti, fiere, sagre, manifestazioni, cinema, eventi sportivi, ma anche i ristoratori, negozianti e fornitori di servizi paradossalmente danneggiati proprio dallo smart working (termine utilizzato spesso a sproposito per citare il telelavoro). Senza la “fisicità” del lavoro o dello studio, hanno visto letteralmente crollare il loro fatturato.

C’è molto nervosismo che si sta trasformando in rabbia. Le categorie più colpite, oltre ad essere rimaste senza lavoro, devono spesso subire l’umiliazione di sentirsi dire che il loro lavoro è “inutile”, che la società può farne a meno, che la priorità ora è un’altra, che dovrebbero quasi (?) vergognarsi di chiedere di poter lavorare. Pensiamo che solo il nostro lavoro sia importante, ma è una visione egoistica che alla fine danneggerà anche noi. Ho visto anche persone che si sono letteralmente svendute pur di poter lavorare, il che è comprensibile in un contesto simile, ma che hanno portato gli altri a dover far altrettanto. Quante volte avete sentito la frase “Chi se ne frega del calcio”, oppure “Chi se ne frega del cinema” oppure “Con questa emergenza, come vi viene in mente di pensare al Teatro?” come se fossero mondi composti solo da calciatori e attori milionari, quando invece sono realtà complesse che danno da mangiare a migliaia di famiglie.

In tutto questo contesto si inserisce anche il grosso nodo della Scuola, altro settore chiave enormemente danneggiato dalla pandemia, probabilmente il più importante, perché senza scuola non c’è futuro. E in questo nodo, che al momento in cui scrivo sembra essere tutt’altro che sciolto, oltre alle polemiche sui banchi a gettoni, si inserisce la polemica legata ai numerosi insegnanti che non vogliono tornare in aula per paura del virus. Ciò sta innescando feroci polemiche e vibranti proteste da parte dei lavoratori autonomi, che dopo il lockdown hanno solo cercato di poter riaprire e hanno dovuto mettere in secondo piano il rischio di contrarre la malattia, e che magari lavorano poco o non lavorano affatto, o che dovranno reinventarsi un lavoro da zero. Una polemica che sembra aver riacceso l’antica diatriba “Statali vs Autonomi”, dove i primi vedono nei secondi solo degli abili evasori fiscali, mentre i secondi vedono nei primi dei privilegiati o, peggio ancora, dei parassiti.

Non solo: il cosiddetto fronte negazionista sta facendo sempre più presa sulla disperazione delle categorie più martoriate, che in buona fede tendono a farsi convincere dalle teorie di chi non sempre è animato solo dal desiderio di esprimere un’opinione, ma che molto spesso si è inventato un vero e proprio lavoro: speculare sull’altrui disperazione, attraverso click che si tramutano in tanti bei soldini, manipolando le menti più deboli (in quanto duramente provate dalla crisi) utilizzando la collaudata tecnica di far loro credere di essere manipolati da un “sistema” che li sta prendendo in giro.

È  sempre più un “tutti contro tutti”, una guerra tra poveri che forse è solo all’inizioNon che prima del Covid navigassimo nell’oro, figuriamoci ora.

Ed è così che tendiamo a incolpare sempre qualcuno: se i contagi sono risaliti, un colpevole dovrà pur esserci. I migranti sono il capro espiatorio ideale anche se, a conti fatti, solo una piccola percentuale di contagi sono imputabili a loro. Allo stesso modo è stupido dare la colpa alle discoteche: ci sono stati contagi anche lì, ma anche in questo caso quanti contagi possono essere imputabili alle serate in discoteca? Con tutto il male che si può dire di quei gestori (senza fare nomi) che se ne sono fregati delle regole, ovviamente, a discapito di chi ha seguito le linee guida in modo maniacale, rinunciando a buona parte degli incassi. Ora che sono chiuse si pensa, a torto, che il problema “movida” sia risolto, ma non è affatto così. Si è data molto la colpa a chi ha trascorso le vacanze all’estero, anche qui indiscriminatamente e senza fare distinzioni, con tanto di gogna social sotto i post dove si parlava di loro.

Ci siamo davvero incattiviti tutti e di brutto, e il timore è che questo non sia che l’inizio di un processo che potrebbe degenerare in uno scenario ancor più drammatico e incontrollabile.

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